Con l'amichevole partecipazione di:

Sandro Sassoli
Esperto in comunicazione multimediale (Roma)

«La speranza è un prestito fatto alla felicità»

Cristina Longhini, farmacista (Bergamo)

«Quando ero piccola, con mamma e papà raccoglievamo i bucaneve, che fioriscono a febbraio, nella neve. Questo fiore, infatti, è simbolo di consolazione e speranza, di passaggio dal dolore a un nuovo inizio, è il simbolo di chi, come noi, è avvolto nella fredda neve, con il sole caldo che ci ricorda la primavera»

Paolo Bernacca

Grafico e illustratore (Roma)

«Capiamo gli errori commessi e sarà facile tornare in armonia con la Natura»

Paola Comin

p. r. cinematografica (Roma)

«Durante il lockdown, Roma mi sembrava una bella donna addormentata dopo aver fatto l’amore». 

Autocarri militari

 

Non è un corteo funebre. È l’attuazione di un provvedimento logistico. La città di Bergamo non riesce più a contenere la sequenza impressionante di decessi causati dal Covid. Mentre l’ospedale papa Giovanni XXIII è un girone dantesco, per il cimitero e per il forno crematorio la gestione del flusso delle salme diventa insostenibile. Le agenzie di pompe funebri affrontano la stessa situazione e minacciano lo sciopero. Trovarne una anche fuori città è un’impresa titanica. Solo Dio, forse, sa e comprende cosa sta accadendo, come ogni fatto minimo o epocale, ma non può fare nulla. Regnano la confusione e l’angoscia, e a chi ha bisogno si richiede la profusione energie disperate e la resistenza al dolore. «Dove sono i nostri cari? Dove sono i loro poveri corpi?».

Numeri di telefono sempre occupati. Anche le camere mortuarie risultano sottodimensionate. E bisogna liberarle, per lasciar posto ad altri defunti. È l’inferno, questo, un inferno improvviso di questa estensione di terra, ai piedi delle Alpi Orobiche. Chi se n’è andato, spesso in maniera orribile, avrà forse trovato la luce, eterna o meno. Chi lo può sapere? Ma chi resta deve affrontare la pena di questa immensa sciagura che adesso, ha la sua immagine simbolica. Una colonna di autocarri militari, nella tarda serata, trasporta i feretri deposti nella chiesa di Ognissanti e, dal cimitero assiepato e non più in grado di sostenere i ritmi di sepoltura richiesti, s’incammina, silenzioso e sinistro sfilando per via Borgo Palazzo, dirigendosi verso cimiteri e forni crematori di altre città italiane – Ferrara, Domodossola, Spinea e varie altre – resisi disponibili a cremarle e ospitarle in attesa che l’ondata di piena defluisca.

Ora non si canta più nei terrazzi e dalle finestre. L’immagine dei carri funebri dell’esercito diffusa dall’Ansa, monito terrifico per tutto il pianeta, impone il lutto, spezza la parola, lascia il silenzio. Kyrie eleison, Christe eleison. Signore pietà, Cristo pietà. Monsignor Giuliano Bellini, arciprete di Clusone (Bergamo) deve gestire otto funerali al dì, tutti senza fedeli, a causa del divieto di assembramenti. I parroci hanno deciso di non far suonare più le campane con rintocco funebre, perché entrando in casa dalle strade deserte, quel suono rinfocola lo scoramento. Tuttavia il parroco di Seriate (Bergamo), don Marcello Crotti, ha adottato un’altra decisione. Nel corso di un funerale le campane della sua chiesa suonano a festa. Un’altra anima è trasvolata nel regno di Dio, perché piangere, perché tanto sgomento? E dunque perché non cantare ancora, perché un triste Requiem e non un gospel?

Ciò non fa una piega per chi crede, per chi è incerto e perso tra mille dubbi e forse anche per chi non crede. Chi è andato affronta il suo nuovo viaggio, forse fatto di nulla, oppure segnato dal vibrante ingresso in un giardino di felicità autentica che fa impallidire quella cercata nel mondo terreno, o anche di contrizione o di trasmigrazione verso una nuova vita nel mondo. Ma queste morti tormentate e ingiuste, accadute non per un incidente stradale o per una patologia già conosciuta e da attendersi, ma per un microrganismo che in teoria potrebbe esser anche stato artificialmente fabbricato, e che comunque poteva essere arginato da quelli che se ne intendono, non concedono la trasformazione del lutto in un canto gioioso, per quanto ciò sia difficile per qualsiasi dipartita. Forse ciò accade perché la vita si basa sulla persuasione e sulla continua rimozione della morte, che invece ogni giorno fatalmente incombe. O perché siamo troppo deboli e fragili per affrontare la paura dell’ignoto. Oppure perché non crediamo a nulla, se non vediamo. Noi non sappiamo cosa ci sarà oltre la vita terrena. E forse, se c’è qualcosa di giusto, va bene così.

[18 marzo 2020]

Brendan Perry, Voyage of bran (1999)

Coro Effatà, Gospel

Bergamo. Colonna di mezzi militari che trasportano le salme altrove

Vedere i dischi volanti

 

Il film diretto dal regista di origini goriziane Tinto Brass (all’anagrafe Giovanni Brass) Il disco volante, uscito nel 1964, ebbe uno scarso successo di pubblico, nonostante un cast di grido. Oltre alla partecipazione di tre attrici notevoli, ossia Silvana Mangano, Monica Vitti ed Eleonora Rossi Drago, il principale protagonista è Alberto Sordi, attore già ampiamente affermato negli anni Sessanta del ‘900, che interpreta, esaltando le sue superbe capacità macchiettistiche, quattro personaggi, un brigadiere dei Carabinieri di origini ciociare (Vincenzo Berruti), un impiegato del telegrafo (Dario Marsicano), un parroco alcolizzato (don Giuseppe), il figlio gay di una contessa (Momi Crosara).

Il lungometraggio, con sceneggiatura e soggetto di Rodolfo Sonego (Belluno, 27 febbraio 1921-Roma, 15 ottobre 2000), la cui penna ha contribuito a molti film di successo, soprattutto con Sordi, ma non solo, è ambientato in un paesino veneto, Carpenedo (in realtà Asolo), abitato in larga parte da contadini non di rado dediti all’alcol, debolezza che peraltro affligge anche il prevosto, avvezzo ad andare in giro tutta la notte, causa insonnia, con la propria fumettistica bicicletta a motore.

Si ha notizia, ripresa anche da stampa e televisione, che nel piccolo centro – dalla tipica struttura di stratificazione sociale dell’Italia del dopoguerra, ossia una piramide con pochi, presunti notabili (un sindaco che fa propaganda, una contessa feudataria con un figlio debosciato, un impiegato delle poste con velleità letterarie…) e una massa di contadini, donne di servizio, scapestrati –, sono scesi gli U.f.o., «oggetti volanti non identificati», «alieni», attraverso i dischi volanti che molti abitanti dichiarano di aver veduto nelle campagne.

Nell’incipit del film, il giornalista Carlo Mazzarella (Genova, 30 luglio 1919-Roma, 7 marzo 1993), nota conoscenza di Sordi – lo seguì negli States quando fu invitato a Kansas City dopo Un americano a Roma – e apparso in vari film, gira per le campagne del villaggio veneto con cineoperatore e auto Rai, intervistando contadini e bambini sul fenomeno delle visioni di extra-terrestri.

Da sottolineare è anche il fatto che in quegli anni, la materia degli Ufo si poneva al centro dei riflettori. Il 27 ottobre 1954, un mercoledì, verso la fine del primo tempo dell’incontro di calcio Fiorentina-Pistoiese – presso il Comunale di Firenze – iniziato alle 14 e 30, spettatori e giocatori in campo avvistarono il passaggio in cielo di due dischi volanti, tanto che la partita fu interrotta dall’arbitro per poi essere ripresa, con punteggio finale di 6 a 2 a favore dei gigliati. Il capo-cronista de La Nazione confermò l’accaduto, furono scattate fotografie e i giornali, tra i quali La Domenica del Corriere, diedero ampio risalto all’evento. Sul terreno di gioco furono inoltre individuati e raccolti frammenti di una bambagia silicea analizzata dall’università di Firenze, che si ritenne rilasciata dai presunti dischi volanti. All’epoca, come emerge dalle cronache, avvistamenti furono segnalati anche in altri Paesi europei, ma su quello dello stadio di Firenze rimane ancora il mistero: l’accaduto non fu mai esaurientemente chiarito.

L’argomento dei “marziani”, com’erano definiti gli Ufo, chi sa perché battezzati come abitatori del pianeta Marte, era in primo piano tra gli anni ’50 e i ’60 del Novecento. Da qui l’idea di Sonego di farne il soggetto di un film, rifiutato da vari registi, fino a quando Dino De Laurentis, il produttore, lo propose a Tinto Brass, che accettò, imponendo la quadruplice parte di Alberto Sordi, inizialmente riluttante, e l’ambientazione in Veneto. Dalla fabula satirica del film, non s’intuisce se davvero il paese di Carpenedo Veneto fu visitato dai cosiddetti marziani. Non è questo il tema dell’opera.

La questione centrale del lungometraggio è invece la reazione della società di fronte a un evento eccezionale, quale sarebbe quello del contatto con una forma di vita extra-terrestre. Gli U.f.o. potrebbero essere stati portatori di un messaggio nuovo, in fondo assimilabile a quello di un potenziale messia, di un messaggio destabilizzante nei confronti dei comportamenti sociali generalizzati, fatti di ipocrisia, disincanto, debolezze, mancanza di fede, egoismo, vanità, difesa di interessi privati.

Tutti, alla fine, finiranno per vedere un marziano. Così sarà per l’impiegato del telegrafo Dario Marsicano, scoraggiato perché le sue opere letterarie non sono considerate dalla grande editoria dominata dai Moravia e dai Pasolini, che si consola con avventure erotiche con la moglie del sindaco e in auto, sotto la pioggia, supplica Dolores (Monica Vitti) di starlo a sentire mentre recita versi di Lee Masters da Spoon River («Adesso so che bisogna alzare le vele, prendere i venti del destino. Dare un senso alla vita può portare alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’eterna inquietudine e del vano desiderio. È una barca che anela al mare e pure a te») e lei gli risponde: «Dime porca che me piase de più». Così sarà per il parroco, uomo umile, povero e generoso, incapace di aver polso e carisma con il proprio gregge e arresosi al vizio dilagante dell’alcol (dice il medico del paese: «Quale medico condotto direi che si tratta di fantasie oniriche. Sogni ad occhi aperti. Fantasie del subconscio che esplodono in psicosi collettive. Disemose la verità. Se beve troppo. Graspa, vin, de tuto insoma»). Così sarà per il brigadiere dei Carabinieri e per il conte Momi.

Satirico e dissacrante, allegorico e penetrante, questo film di Tinto Brass, fu non casualmente bocciato dal grande pubblico, che si attendeva una storia semplice, di quelle che Alberto Sordi interpretò ad esempio ne Il seduttore, Il marito o Il vedovo, una storia leggera e convalidante nei confronti di scomodi fantasmi, riconducibile a quegli stereotipi che nascondono scheletri negli armadi e drammi. «Neanche di fronte a qualcosa di così enormemente diverso, la gente si ricredeva» ha detto Tinto Brass, in un’intervista. I (presunti) marziani erano gettati in un pozzo oppure finivano al centro di contrattazioni per trarne un vantaggio. Il sindaco coglieva l’occasione del loro arrivo nel paese per fare campagna elettorale populista. «Strade, ponti, corriere, alberghi per dare adito al turismo, che quando il soldo gira per il ricco gira anche per il povero!». Alla fine del film, i (presunti) visionari finiscono all’ospedale psichiatrico, compreso il razionale brigadiere dei Carabinieri.

Questo film quasi dimenticato è la consona metafora di quanto accaduto nell’Italia del 2020 con l’insorgenza di una grande paura collettiva, ingenerata dall’epidemia di Covid 19. La fenomenologia del virus è stata per gli italiani come la discesa dei marziani, un evento prontamente catalogato, nelle dichiarazioni della stragrande maggioranza dei divulgatori, nel novero della naturalità (trasmissione, per zoonosi, dal pipistrello) e comunque tentando di circoscriverlo, tra contraddizioni, discordanze e impossibile controllo di tutte le variabili, nell’alveo razionale della scienza. Taluni hanno immaginato un flagello voluto da Dio per ammonire o fustigare l’umanità, e i rappresentanti della Chiesa cattolica hanno pregato per una fine della catastrofe che ha avuto e sta avendo il suo inesorabile decorso.

Il fatto è che, ancora una volta di fronte a un evento di portata eccezionale, l’organismo sociale e la maggior parte delle sue cellule, gli individui, a fronte della possibilità di una revisione globale del proprio modo di porsi e di agire nei confronti dell’esserci, hanno reagito proprio come gli abitanti del paese di Carpenedo al (presunto) arrivo degli alieni. Ossia: attendendone la fine, per poi tornare a essere come prima. Quando non sfruttandolo per trarne tornaconti di vario genere. Se qualcuno dirà di aver avuto una visione sarà considerato un marginale e guardato con occhio storto, perché pericoloso e non funzionale al sistema, come il brigadiere dei Carabinieri Berruti Vincenzo, internato dal “Manicomio di Sant’Ubaldo”, a Treviso, «reparto dischi volanti».

Lo psicanalista Umberto Galimberti ha osservato in questi giorni: «Cosa ci ha insegnato la pandemia? Niente. Torneremo al precedente stile di vita con la foga di chi ha vissuto un periodo di astinenza». In epoca di epidemia globale molti hanno pensato ciò che nel film l’impiegato del telegrafo Marsicano Dario chiede ai marziani: «Siete arrivati per aiutarci o per punirci?». Forse alcune mogli o amanti hanno proferito ciò che Dolores, Monica Vitti, sua compagna di trasgressione, manifesta di fronte ai dischi volanti: «Non mi punite… Sono stata vittima dei sensi». Si finisce ancora con lo stesso esito del film. Uno qualunque, mentre la Croce verde conduce un altro all’ospedale psichiatrico, chiede: «Cosa xe suceso?. L’altro risponde: «Niente, un altro che ha visto i dischi volanti».

[15 giugno 2020]

«Come piatti di minestra». Dal film Il disco volante di Tinto Brass (1964)

Il conte Momi: «Il marziano lo compro io»

John Foster, Ballando con te (nella colonna sonora del film)

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