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Con l'amichevole partecipazione di:

Sandro Sassoli
Esperto in comunicazione multimediale (Roma)

«La speranza è un prestito fatto alla felicità»

Cristina Longhini, farmacista (Bergamo)

«Quando ero piccola, con mamma e papà raccoglievamo i bucaneve, che fioriscono a febbraio, nella neve. Questo fiore, infatti, è simbolo di consolazione e speranza, di passaggio dal dolore a un nuovo inizio, è il simbolo di chi, come noi, è avvolto nella fredda neve, con il sole caldo che ci ricorda la primavera»

Paolo Bernacca

Grafico e illustratore (Roma)

«Capiamo gli errori commessi e sarà facile tornare in armonia con la Natura»

Paola Comin

p. r. cinematografica (Roma)

«Durante il lockdown, Roma mi sembrava una bella donna addormentata dopo aver fatto l’amore». 

Incontri ravvicinati nel regno dell’incertezza

 

«Non ci possiamo permettere un secondo lockdown» sottolinea Pier Luigi Lo Palco, epidemiologo dell’università di Pisa a Stasera Italia (Rete 4). E aggiunge: «Dobbiamo bloccare gli eventuali contagi intervenendo sul territorio». È ripreso il traffico aereo, nel frattempo. Ma non si applicano le regole del distanziamento tra i passeggeri sugli aeromobili, dato che esse evidentemente genererebbero diseconomie. E allora, a parte le regole applicate circa il divieto di portare un bagaglio a mano a bordo e di far ricorso alle cappelliere, la rilevazione della temperatura, l’obbligo di mascherina e, ad esempio per voli diretti in Sicilia, l’imposizione di scaricare un’app di tracciamento sullo smartphone, a cosa sono serviti i servizi giornalistici che, durante la sospensione degli spostamenti aerei, mostravano immagini con passeggeri distanziati nei posti a sedere come scenario da applicare dopo l’apertura?

Molti dubbi sussistono anche dalle ricognizioni sul rispetto delle regole di prevenzione nelle spiagge e nei luoghi di ritrovo, spesso ignorate e violate. Il prof. Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, da giorni ripete che «i risultati dei tamponi naso-faringei evidenziano che la carica virale attuale non è in grado di produrre la patologia». E si indigna, come a Cartabianca (Rai 3) del 30 giugno 2020, «da medico e da italiano», quando sente «previsioni senza senso che disegnano uno scenario apocalittico», che non incoraggiano le persone a riprendere una vita pressoché normale, pur «con le adeguate precauzioni». «Tutti gli indicatori stanno volgendo al bello» rassicura. Ma si cautela: «Se dovesse tornare – per l’amor di Dio, chi lo può escludere – abbiamo tutti i mezzi per intervenire con tempestività». Il prof. Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e biologia dell’università di Padova, noto per aver svolto uno studio sulle dinamiche di contagio presso Vo’ Euganeo (Padova), appare più ortodosso nell’invitare a seguire l’approccio prudenziale, senza preoccuparsi di incutere timori nella popolazione.

Sono due diversi modi di pensare, il primo più ottimista in base «a evidenze cliniche», il secondo più cauto sempre riferendosi a evidenze cliniche («Noi a Padova abbiamo un caso grave» ha detto a Cartabianca nel confronto con Zangrillo) e al principio del dubbio. Sono i due orientamenti di pensiero che rimbalzano nella testa degli italiani. La ripresa delle attività e della circolazione di persone dopo il lockdown ha infuso coraggio, ha cambiato gli stati d’animo e allentato, in misura variabile da individuo a individuo, l’atteggiamento di difesa. Le distanze si sono tendenzialmente allentate, ci s’influenza reciprocamente nei rapporti interpersonali e nell’incertezza giungono segnali contraddittori. Si confida anche nella sfida della casualità, nella fortuna. Magari si approfitta della tregua per un rilassamento. Dicono che l’Italia sia più attrezzata adesso per affrontare un’ondata di ritorno, anche sulla base delle competenze finora acquisite. Tuttavia, filosoficamente, così come Wittgenstein notava, «Non possiamo sapere se domani il sole sorgerà», non possiamo neppure esser certi che con l’arrivo del freddo inizi una recrudescenza, determinata da un aumento della carica virale.       

[5 luglio 2020]

Comunicazione. Dal film Incontri ravvicinati del terzo tipo, di Steven Spielberg (1977)  

Virus, figlio di virus. Perché Bergamo?

 

Perché il virus ha colpito in maniera così feroce la Lombardia e in particolare Bergamo, con oltre 600 morti nel capoluogo e oltre 6mila nell’intera provincia? A questo interrogativo, tenta di dare una risposta uno studio del Niguarda di Milano e del San Matteo di Pavia, sul quale argomenta Milena Gabanelli sul Corriere della sera di ieri.

1) Il virus è entrato in Lombardia, nello specifico nella Bassa Lodigiana, almeno nella seconda metà di gennaio. Ciò è evidenziato dall’analisi delle sacche di sangue donate all’Avis di Lodi a partire da gennaio. Nell’intervallo 12-17 febbraio sono stati individuati i primi soggetti con anticorpi neutralizzanti, che si sviluppano circa 3-4 settimane dopo il contagio.

2) Due tipologie di virus, “A” e “B” sono entrate in Lombardia dalla Germania, dove avevano subito una mutazione rispetto al ceppo partito dalla Cina, con la quale la nazione mittel-europea detiene un intenso traffico commerciale. Il ceppo A è quello che ha interessato Bergamo, secondo lo studio. Ed è il più aggressivo: un contagiato infetta mediamente 3,5 individui. Meno violenta è la tipologia “B”, che ha interessato Codogno e i Comuni limitrofi, come Casalpusterlengo e Castiglione d’Adda: 2 trasmissioni a carico di un infetto. Il ceppo di Lodi ha generato inoltre altri due virus mutati.

3) La mancata dichiarazione di «zona rossa» della Val Seriana, «irresponsabile decisione» si legge nell’articolo del Corriere, ha causato l’ecatombe nelle valli bergamasche.

4) La grande concentrazione di aziende nelle zone di Bergamo e Lodi, molte delle quali con significativi rapporti commerciali con Cina e Germania, ha favorito, anche attraverso il sistema dei trasporti su gomma, insieme al movimento dei lavoratori (come hanno fatto emergere edizioni 2019 Report, Rai 3) su treni, strade e autostrade, la propagazione rapida dell’epidemia. E Piacenza? Nella periferia della città emiliana, falcidiata dalla pandemia e confinante con Cremona, città che ha registrato un altissima percentuale di vittime in rapporto al numero di abitanti residenti, sono attivi i più grandi magazzini del Settentrione: Ikea e Amazon, rispettivamente con 1.000 e 1.600 addetti.

Quando l’Italia ha preso, a fine gennaio, la decisione di chiudere i voli dalla Cina, il virus era già pienamente attivo in Lombardia.        

 

[6 luglio 2020]

Ennio Morricone. Colonna sonora del film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto,
di Elio Petri (1971) 

Elefanti muoiono in massa in Botswana. Volano tutti su una stella

 

Dal maggio 2020, gli elefanti dimoranti nella plaga sul delta del fiume Okanango, nello Stato del Botswana, in Africa meridionale, inspiegabilmente muoiono, nel loro ambiente naturale. Girano in tondo su se stessi, disorientati, poi si accasciano, senza vita. Circa 300 esemplari sono deceduti. Stavolta non c’entrano i cacciatori di frodo, affamati di zanne d’avorio e denaro. Infatti, i cadaveri, evidenziano ancora tutti le proprie zanne. Sconosciute, al momento, le cause della strage dei pachidermi, specie in via d’estinzione. Avvelenamento da antrace, com’era accaduto tempo fa? Sindrome neurologica? Virus sconosciuto? Non si esclude nemmeno l’ipotesi Covid 19 dicono i Telegiornali.

In una città tedesca in un altro capo del mondo, Wuppertal, nella Renania settentrionale-Westfalia, vive lo spirito di un’elefantessa vicina ai suoi simili inspiegabilmente soccombuti in Africa a causa di un misterioso male. Essa, come racconta una favola, riposa su una stella sopra i tetti del centro urbano. Il suo nome è Tuffi. Proveniva dall’India, dov’era nata nel 1946 e nel 1949 fu acquistata da Franz Althoff, un circense di Bonn incline al frequente abuso di alcol che la volle per esibirsi nel proprio circo. Il 21 luglio 1950, il carrozzone di Althoff si trovava proprio a Wuppertal, un luogo non molto noto ma che possiede un’attrazione unica al mondo, per quanto ne siano state tentate imitazioni, la Schwebebahn, ovvero un treno «all’incontrario», potrebbe dirsi, riprendendo la canzone di Paolo Conte. Perché all’incontrario? Perché le sue ruote sono sul tetto delle carrozze, anziché alla base.

Il treno di Wuppertal è infatti sospeso, un treno volante appeso a delle funi, e probabilmente piacerebbe anche a Gianni Rodari. La città lo volle nel 1900 per sfuggire al suo squallore industriale e rendersi appetibile ai visitatori. Wuppertal poteva vantare solo un piccolo fiume, il Wupper, un torrentello, un corso d’acqua qualsiasi, ma che si rivelò straordinariamente adatto per il percorso delle carrozze dell’aria, le quali ancor oggi continuano a seguirne il percorso, fermandosi in 20 stazioni dalle quali si possono raggiungere i punti nevralgici del centro e della periferia.

Prima di salire su una stella, l’elefantessa Tuffi divenne una stella qui sul pianeta, mentre era in vita. E ciò si deve alla Schwebebahn. Avventura disgraziata, quella del pachiderma indiano sul treno volante, ma avventura di libertà e con fine lieto. Il 21 luglio 1950, il suo proprietario, decise di reclamizzare gli spettacoli del circo facendola salire sul convoglio, con tanto di giornalisti e fotografi al seguito. Ma essa s’impaurì e non accettò quella dimostrazione. Dopo essere stata fatta salire sulla carrozza numero 13, con il treno in corsa, s’imbizzarrì, ruppe la parete della vettura e spiccò un gran salto di 12 metri, cadendo sul fiume. Se la cavò con qualche escoriazione, alcuni dicono con una frattura alla zampa, ma si rialzò e si mise a camminare libera sull’acqua bassa del torrente.

Fu recuperata, lavorò ancora al circo di Althoff e poi fu venduta a un altro carrozzone a Parigi. Morì nel 1989, ma la Germania ricorda la sua impresa, a Wuppertal, celebrata con tante canzoni, una delle quali la immagina mentre veglia eternamente sulla città su di un astro brillante. Nella stella ove si trova, ha accolto gli elefanti del Botswana, che hanno lasciato la loro esistenza libera senza essere né reclutati per circhi oppure zoo, né sono stati trucidati per le loro zanne. Tuffi e gli altri elefanti si stanno raccontando tante cose, lassù.

[2 luglio 2020]

La storia di Tuffi in un cartone animato e una canzone

Perfezionamenti

 

«Tampone obbligatorio alle badanti» titola in prima pagina L’Arena di Verona.

 

[30 giugno 2020]

Ustica, 40 anni

 

Specchi neri al Museo della memoria di Bologna, che contiene il relitto dell’aeromobile Douglas Dc9 della compagnia Itavia abbattuto da un missile il 27 giugno 1980 durante il volo di linea IH870 nei cieli tra le isole di Ustica e Ponza, causando la morte di tutti gli 81 occupanti, compreso l’equipaggio. Ottantuno specchi neri, nell’installazione presso l’ex-deposito tramviario di via di Saliceto, avvicinandosi a ciascuno dei quali, si sentono voci, pensieri, i possibili pensieri delle vittime e di ognuno di noi nella nostra esistenza quotidiana, come quelli sentiti dagli angeli ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Come i pensieri dei malati di Covid e dei loro familiari. «Il reato di strage non si prescrive mai» (Rai 3, stasera).

 

[27 giugno 2020]

Voci dal centro di controllo radar di Ciampino

Orizzonte scuola 

 

Il premier Giuseppe Conte, fiancheggiato dal suo ministro, anzi “ministra”, Lucia Azzolina, non ha solo il compito di far ripartire anche le scuole, dopo la fase acuta dell’emergenza, ma essendo perfettamente consapevole che il disastro è stato una valanga che ha denudato infinite, storiche e congenite anomalie sociali, intende varare un programma di rinnovamento per rendere il sistema scolastico «più moderno, più sicuro, più inclusivo», così si è pronunciato. Lo stanziamento annunciato a tal fine è di «1 miliardo di euro». Bisognerà vedere se i fondi saranno effettivamente stanziati e investiti oppure se si perderanno in labirinti burocratici, nuove emergenze, crisi di governo o rimpalli di responsabilità.

«La prima campanella suonerà il 14 settembre» annunciano i Telegiornali. Per mantenere distanziamenti e garantire sicurezza nei confronti di una teoricamente possibile seconda ondata del virus gli edifici scolastici esistenti non bastano e Azzolina sostiene che, dai calcoli, «il 15 per cento degli studenti sono da ricollocare». Dove? «In tremila e passa istituti scolastici dismessi». Sarebbe interessante sapere perché e quando questi «tremila e passa istituti scolastici» sono stati dismessi e come si farà in circa 75 giorni ad ammodernarli e rimetterli in funzione. Si valuta anche l’ipotesi dell’utilizzo di cinema e teatri.

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La scuola è basilare tappa di formazione e di scambio. Che sia agenzia di socializzazione tout court, ossia medium non soltanto per la trasmissione e l’elaborazione di conoscenza ma anche per lo sviluppo di relazioni informali, è pacifico, e ciò vale per secchioni, per studenti considerati mediocri quando non pessimi, che faranno di tutto per abbandonarla e la ricorderanno con disappunto per tutta la vita, per geni incompresi e maltrattati (ma dall’incomprensione e dal maltrattamento non di rado si è sviluppata la genialità).

Secondo una teoria sociologica classica, quella di Talcott Parsons (The Social System, Glencoe Press, 1952), la scuola dovrebbe formare individui adulti e addestrarli a ricoprire un ruolo sociale funzionale a se stessi e alla società, in primis lavorativo o professionale. Ma il modello integrazionista rimane ciò che è, un modello teorico, essendo le vie dell’integrazione, sempre più tortuose e incerte, intrise di valori dominanti sempre discutibili, convoglianti in un imbuto che non include tutti e che molto spesso ignora il merito. 

In ogni caso la formazione scolastica, corta o lunga, felice o conflittuale che sia, dà luogo a un risultato, a un prodotto, il prodotto di una relazione educativa. Che un messaggio educativo segua un orientamento autoritario-impositivo-sanzionatorio oppure uno basato sulla comprensione, sull’ascolto, sulla compartecipazione e sulla scoperta di problemi e interessi, esso dà comunque origine a un effetto causale, positivo se la persona realizza se stessa attraverso pratiche costruttive.

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È necessario comprendere le esigenze interiori degli studenti e il loro micro-cosmo spesso denso di problematiche. I programmi scolastici devono essere pensati non come fredda trasmissione di nozioni: perché non partire dall’analisi storica del presente per giungere alle sue lontane origini? Se una lettura annoia c’è sempre un perché. Per quanto ostinato sia, non esiste studente che si sottragga allo stimolo di conoscere se stesso e di capire la realtà. Sta alla personalità dell’insegnante coinvolgerlo in questa sfida, far emergere la sete che è nel suo giovane interlocutore e se è un fatto di passione, sottopagato o non inquadrato in ruolo che sia, ne farà una questione di principio che cambierà anche lui. Una relazione, infatti, se è educativa, educa entrambi, l’«educatore» e l’«educato».  Cosa dovrebbe fare quindi la scuola? Dovrebbe formare personalità in grado di scegliere.

Tuttavia, miliardi di euro o non miliardi, raccomandazioni o non raccomandazioni, concorsi o non concorsi, scuole riparate o lasciate lì, «è lunga la via per Tipperary», come diceva il refrain una vecchia canzone anglosassone, fatta cantare in classe da una insegnante di inglese in una scuola media inferiore di provincia nel 1979, la professoressa Chiara Bruni. E la cosa migliore, il risultato di cui andar più fieri, per un insegnante, è quello di aver regalato anche un solo granello per essere in grado di risollevarsi dalle batoste, per farsi valere senza cedere alla violenza, alla rinuncia o all’autodistruzione, per confrontarsi con la vita, con la morte, con l’invisibile, per sapere quando dire sì e quando dire no.

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Di fronte alla teoria, ai proclami inclusivi, vi è un fatto increscioso, accaduto in questi giorni, presso l’“Istituto comprensivo Giovanni Falcone” (il termine “comprensivo” indica il raggruppamento di vari ordini e gradi di scuole, materne, elementari e medie inferiori, ma potrebbe rimandare al diverso concetto di compartecipazione ed empatia), situato in via Ernesto Basile 170, presso il quartiere Zen (Zona Espansione Nord) di Palermo, da cui proviene il calciatore Salvatore (Totò) Schillaci, che divenne una stella della Nazionale azzurra.

Nel 2017 la statua del giudice Giovanni Falcone, davanti alla scuola, fu decapitata. Stavolta sono entrati, hanno divelto le porte, hanno distrutto i cartelloni dove i bambini disegnavano i loro sogni, i sogni del loro quartiere visto con occhi diversi, non il luogo triste del cimitero delle auto e del cemento, delle montagne di spazzatura che chi sa quando rimuoveranno, dello spaccio tra i palazzoni di edilizia popolare. Hanno distrutto i loro quaderni, danneggiato il materiale didattico, rubato i motorini dell’acqua (così la scuola ora è senza acqua), lasciato i loro escrementi nelle aule. Nel 2017 avevano abbandonato passeri con la testa mozzata (la simbologia è evidente: il passero rappresenta la libertà). Ha detto Daniela Lo Verde, direttrice dell’istituto: «Una scuola non può non avere speranza. Una mia ex-alunna qualche giorno fa si è diplomata al liceo artistico. Finora è stata la mia prima ex-alunna che si diploma in un liceo».    

[24 giugno 2020]

Peter Weir, L’attimo fuggente (1989), con Robin Williams. «Carpe diem»

L’attimo fuggente. «Cercate nuove strade»

L’attimo fuggente (1989). «Comprendere la poesia»

Dal film La scuola di Daniele Luchetti (1995). «Ma che cazzo dice sta’ befana?»

Silvio Orlando in La scuola di Daniele Luchetti: «Voi a destra, voi a sinistra»

La maturità. Da Ovosodo di Daniele Virzì (1997)

Il professore interrogato. Da Bianca di Nanni Moretti (1984)

Il poeta contemporaneo. Da Ecce bombo di Nanni Moretti (1978)

It’s a long way to Tipperary, cantata dai soldati inglesi nel corso della Prima Guerra Mondiale

Carne da macello

 

Guai seri in un mattatoio di carne di maiale della Tönnies, a Rheda-Wiedenbrück, nel Länd del Nord Reno-Westfalia, maxi-struttura con elevato livello di automazione, diventata il nuovo grande focolaio dell’epidemia di Covid 19 in Germania. In uno dei vagoni dell’imperterrita locomotiva tedesca, si ha notizia di oltre 1.500 addetti infettati dai virus, con 7mila lavoratori della zona e loro familiari sottoposti a quarantena. Ipotesi di possibile predisposizione di “zona rossa” e conseguente lockdown regionale annunciata dal presidente del circondario di Gütersloh, Sven Georg Adenauer (poi messa ufficialmente in atto il 24 giugno, su circa 560mila abitanti, ndr.).

Il nemico invisibile continua a scoperchiare a suo piacimento alcune tra le infinite pentole a pressione di cui è cosparso il pianeta, imponendo alla società dominante, quella umana, una riflessione sulla sua etica e sul proprio modello di sviluppo. Lui, il virus, definito «nemico invisibile» perché non è visibile né controllabile a occhio nudo, tenta di sopravvivere e replicarsi negli organismi in cui trova da accasarsi, senza sapere – non possedendo coscienza, ma solo il diktat contenuto nel suo Dna – che ne può provocare l’annientamento. Qualora non avesse generato il focolaio, questo macello non sarebbe finito sotto i riflettori.

I quotidiani lo descrivono come una piccola Auschwitz per i suini che vi sono condotti, finendo nella catena di montaggio del sacrificio e del sezionamento, con l’accortezza di tenerli in stallo per tre ore, governati da paratie, al fine di lasciar svanire, ha scritto ieri il Corriere della Sera, l’adrenalina della paura sprigionata nel corso del trasporto, fonte di possibile alterazione del sapore della carne. Luogo di lavoro certamente non paradisiaco per gli operatori di produzione, che sovente, oltre all’assuefazione allo scenario quotidiano della carneficina, lavorano in celle con temperatura di 12 gradi centigradi – vestiti con tute bianche e mascherine (anche in epoca pre-virus, riferisce ancora il Corriere) – ritenuta pre-dispositiva alla diffusione del virus. Gli addetti sono sottopagati, e gestiti da una cooperativa che li recluta soprattutto in Polonia e Romania, facendoli alloggiare in alloggi-dormitorio con stanze molto piccole ma pagate salato dai lavoratori.

Un immenso ingranaggio, anello finale della filiera zootecnica industrializzata e globale, diretto a ottenere il massimo del rendimento economico con il minimo dei costi, nel quale non c’è più lo spazio per lo sguardo pietoso del piccolo allevatore contadino e il senso sacrificale dell’uccisione del maiale presenti nei micro-cosmi delle società contadine, i cui tratti prevalenti sono piccole dimensioni, numeri contenuti e dialogo, non solo etico ma anche estetico, con l’ambiente.

Nell’attacco dell’articolo del Corriere, oltre al noto stilema del congenito sensazionalismo giornalistico, si coglie una chiara presa di posizione valoriale nei confronti della struttura germanica: «Il più grande mattatoio d’Europa ingoiava ogni giorno ventimila maiali vivi, per risputarli nel giro di 24 ore sotto forma di cotolette, macinato, duemila tonnellate quotidiane in vari tagli destinati ai mercati di tutto il mondo, dalla Germania, all’Italia (per i prosciutti) a Hong Kong (le zampe)». Le invettive tra sbandieratori del consumo delle carni e sostenitori della causa animalista assumono toni spesso volgari perché una fiorentina può essere anche ostentata ma non con deridente contraddittorio nei confronti di chi è dolorosamente sensibile a questo tema: se da un vegetariano o da un vegano si esigono coerenza e inderogabile continuità, da un carnivoro ci si attende quantomeno rispetto nei loro confronti. Il consumatore di carne animale, d’altra parte, non va sottoposto a linciaggio ed è lui stesso ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni nei confronti dell’esistenza e del destino, ci sia o non ci sia una vita ultraterrena per uomo e animale.

Mettere al bando il sacrificio (detto altrimenti, come ha sostenuto il gruppo rock The Smiths, “omicidio” o assassinio – murder) di animali, atto o pratica che forse meglio si potrebbe circoscrivere con il termine “animalicidio”, è al momento impensabile.

Sta invece alle coscienze individuali, anche di chi non ha adottato scelte vegetariane o vegane, riflettere sul backstage della fetta di salame, della bistecca di vitello, del petto di pollo, della trota o dell’aragosta che ci si appresta a consumare. Senza scomodare alcune religioni orientali, si pensi che la Chiesa cattolica si è posta sovente il problema, con parole posate, ma significative, che inevitabilmente toccano la questione cruciale. Ovvero: laddove gli animali sono sfruttati, denigrati, sacrificati, fagocitati, utilizzati per l’abbellimento personale, significa che sono trattati come esseri nei confronti dei quali la società umana ha decretato che è ammissibile il ricorso alla violenza nei loro confronti, dato che il fatto del loro asservimento o soppressione per i fini più svariati è teoricamente assimilabile a schiavitù o a una pena di morte consentita e arbitraria.

Nell’udienza generale del 26 novembre 2014, papa Francesco I ha citato l’apostolo Paolo: «Anche la stessa creazione, tutto il creato, sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà e nella gloria dei figli di Dio». E nell’enciclica Laudato sì (2015), ha ammonito che «è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita». Nell’espressione «disporre indiscriminatamente della loro vita», a livello concettuale, oltre alla condanna della violenza gratuita, potrebbe rientrare anche la consuetudine del sacrificio di animali a fini alimentari, per quanto i termini «inutilmente» e «indiscriminatamente» fungano da contrappeso. Benedetto XVI non crede all’anima negli animali («Mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all’eternità, la morte significa soltanto la fine della loro esistenza sulla terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre» proferì il 14 gennaio 2008 alla Cappella Sistina), ma Paolo VI e Giovanni Paolo II sì. Il primo disse a un bimbo in lacrime per la morte del proprio cane: «Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo». Il secondo, il 10 gennaio 1990, si pronunciò in questi termini: «Non solo l’uomo, ma anche gli animali possiedono un soffio divino».

All’interno della Chiesa cattolica la questione è stata affrontata con posizioni diverse e spesso contrapposte, anche a livello di prassi individuali. Gesù non fu vegetariano (si nutriva anche di carne e pesci) e nemmeno, sembra, San Francesco d’Assisi, che scrisse il Cantico delle Creature. Vari uomini della Chiesa dichiarati santi, tuttavia, come Santa Caterina da Siena, San Tommaso d’Aquino, papa Pio V (1220-1274) – il quale si nutriva di erbe e legumi – lo furono. San Francesco da Paola, passò alla storia per i miracoli delle resurrezioni di animali.

In ogni caso, esistano o meno una vita ultraterrena o un paradiso, non solo il fatto di maltrattare gli animali ma anche di nutrirsi delle loro carni, lo si accetti o non lo si accetti, pone inequivocabilmente un problema etico. Indipendentemente da implicazioni d’igiene pubblica e salute, l’indignazione in occidente per lo svolgimento, in Cina, del tradizionale mercato di Yulin, nel quale si vendono gatti e cani vivi da sottoporre a sacrificio alimentare, è decisamente ipocrita. Perché scandalizzarsi per l’assassinio di un gatto – in occidente, in periodi normali, considerato animale da affezione – e non per quello di un suino, un pollo, una trota o un’aragosta?

Dato che, per principio, ogni essere – o creatura animale – deve essere considerato con eguale rispetto, appare chiaro che la materia è avvolta da una cortina di voluta inconsapevolezza o di comode giustificazioni culturali. Se a un animale destinato al consumo alimentare sono risparmiate sofferenze è certamente fatto lenitivo e segno di sensibilità, ma la sostanza non cambia. Ci si alimenta con una creatura soppressa al tal fine. «E il vitello che tagli con un sorriso / è omicidio / E il tacchino che affetti allegramente è omicidio / (…) Sai come muoiono gli animali? / (…) E chi ascolta gli animali piangere?» nella canzone Meat is murder degli Smiths.

Anche un carnivoro ortodosso e ostentatore di cene a base di ragù di cotechino al vino bianco e grigliate miste avrà cedimenti, se non altro per qualche giorno, visionando i filmati del gruppo animalista L214 presenti su You Tube, inaudite violenze e sadiche torture su mucche, cavalli, pecore e agnelli in un mattatoio nella cittadina francese di Alès, in Francia.

Come ogni uomo, anche ciascun animale ha una storia, una traiettoria di vita e un’avventura, talvolta incredibile. Lo comprese lo scrittore marchigiano Fabio Tombari (Fano, 21 dicembre 1899-Tavullia, 8 giugno 1989), che nella sua opera Il libro degli animali (Mondadori, 1935), con sbalorditiva fantasia drammatica e fumettistica e potente sforzo empatico e visionario, raccontò le storie di 40 individualità della specie, dalla sgrammaticata gatta Maretta («Io sono la più bellissima») al gallo O’ Parapiri. Nel paradiso terrestre ultraterreno, coabiteranno senza necessità di violenze, ma non si scorgeranno tracce d’umano.         

[23 giugno 2020]       

Dal film Il silenzio degli innocenti, di Jonathan Demme (1991)

The Smiths, Meat is murder (1985)

Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli (1978). Il sacrificio del maiale

Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli (1978). Il sacrificio dell’oca

Lo scrittore marchigiano Fabio Tombari

La copertina de Il libro degli animali

Il destino e il coraggio di Alex

 

Ancora una volta il destino s’accanisce nei confronti di Alessandro Zanardi, detto Alex, bolognese, classe 1966. Una volta, mentre a Bologna si stava svolgendo il “Motorshow”, lessi un ricordo del pilota sulla manifestazione chiestogli da La Gazzetta dello Sport. Da quella reminiscenza trasparivano un’innocenza e una passione che gli sono sempre appartenuti. Ricordava l’entusiasmo di un adolescente nell’aspettativa di ammirare i nuovi modelli di auto, partendo per il Quartiere Fieristico in certe mattine felsinee di sole e di gelo. Ne risultava l’immagine lucida di un ragazzo cui continuano a brillare gli occhi mentre vede ciò che ama.

Dopo molte vittorie ed esperienze, tra le quali quella della F1, ebbe un incidente al Lausitzring e perse entrambe le gambe. Ricevette l’unzione degli infermi da un cappellano, fu eli-trasportato a un ospedale di Berlino e sottoposto a un intervento con coma farmacologico per 4 giorni e 6 settimane di ricovero. Si riprese, si confrontò con gli arti bionici, tornò a correre in gara, ottenne altre vittorie con la Bmw nel Cart. Ma accanto all’impegno nell’automobilismo sportivo, iniziò a partecipare a manifestazioni per disabili con una handbike, giungendo ad altri successi a giochi paralimpici e a famose maratone.

Indomito, dotato di un’energia formidabile, un esempio di tributo alla vita, sempre con quegli occhi di ragazzo che guardavano i modelli nuovi di auto al Motorshow, divenne presentatore di programmi Rai, con la timidezza sorretta da un enorme coraggio. Nel periodo acuto del virus in Italia fu chiamato per uno spot della Bmw (cfr. voce Alex Zanardi del 1° maggio), che non poteva non ricordare la sua propensione a non rinunciare mai a nuove sfide, a non fermarsi e a vivere l’esistenza con forza perentoria, etica stoica. Oggi era ancora sulla sua handbike, sulla Statale 146 a Pienza, in Toscana. Un altro incidente. È stato investito da un camion con conseguente, gravissimo, trauma cranico. Sottoposto a intervento a Siena, si trova in coma farmacologico e sottoposto a intubazione e ventilazione artificiale, trattamenti medici di cui si è parlato senza fine in questo periodo storico. Non c’è nessuno che possa mettere in dubbio il fatto che Alex sta continuando il suo viaggio con la stessa, potente fiaccola di entusiasmo.

[19 giugno 2020]

Lo spot per la Bmw di Alex Zanardi durante il lockdown in Italia

 

 

 

Nuovi gravi allarmi, ma in sordina

 

Forse per assuefazione, non certo per scaramanzia, solo a metà giornale, il Tg2 delle 20 e 30 di stasera riferisce: «In Germania nuovo focolaio in un mattatoio (nel Nord Reno-Westfalia, ndr.). «A Pechino torna l’incubo Covid». «Il filo spinato ormai circonda le case di Pechino». «Il 70% dei voli cancellati» «Non è stato il salmone l’origine della seconda ondata».

 

[17 giugno 2020]

Vedere i dischi volanti

 

Il film diretto dal regista di origini goriziane Tinto Brass (all’anagrafe Giovanni Brass) Il disco volante, uscito nel 1964, ebbe uno scarso successo di pubblico, nonostante un cast di grido. Oltre alla partecipazione di tre attrici notevoli, ossia Silvana Mangano, Monica Vitti ed Eleonora Rossi Drago, il principale protagonista è Alberto Sordi, attore già ampiamente affermato negli anni Sessanta del ‘900, che interpreta, esaltando le sue superbe capacità macchiettistiche, quattro personaggi, un brigadiere dei Carabinieri di origini ciociare (Vincenzo Berruti), un impiegato del telegrafo (Dario Marsicano), un parroco alcolizzato (don Giuseppe), il figlio gay di una contessa (Momi Crosara).

Il lungometraggio, con sceneggiatura e soggetto di Rodolfo Sonego (Belluno, 27 febbraio 1921-Roma, 15 ottobre 2000), la cui penna ha contribuito a molti film di successo, soprattutto con Sordi, ma non solo, è ambientato in un paesino veneto, Carpenedo (in realtà Asolo), abitato in larga parte da contadini non di rado dediti all’alcol, debolezza che peraltro affligge anche il prevosto, avvezzo ad andare in giro tutta la notte, causa insonnia, con la propria fumettistica bicicletta a motore.

Si ha notizia, ripresa anche da stampa e televisione, che nel piccolo centro – dalla tipica struttura di stratificazione sociale dell’Italia del dopoguerra, ossia una piramide con pochi, presunti notabili (un sindaco che fa propaganda, una contessa feudataria con un figlio debosciato, un impiegato delle poste con velleità letterarie…) e una massa di contadini, donne di servizio, scapestrati –, sono scesi gli U.f.o., «oggetti volanti non identificati», «alieni», attraverso i dischi volanti che molti abitanti dichiarano di aver veduto nelle campagne.

Nell’incipit del film, il giornalista Carlo Mazzarella (Genova, 30 luglio 1919-Roma, 7 marzo 1993), nota conoscenza di Sordi – lo seguì negli States quando fu invitato a Kansas City dopo Un americano a Roma – e apparso in vari film, gira per le campagne del villaggio veneto con cineoperatore e auto Rai, intervistando contadini e bambini sul fenomeno delle visioni di extra-terrestri.

Da sottolineare è anche il fatto che in quegli anni, la materia degli Ufo si poneva al centro dei riflettori. Il 27 ottobre 1954, un mercoledì, verso la fine del primo tempo dell’incontro di calcio Fiorentina-Pistoiese – presso il Comunale di Firenze – iniziato alle 14 e 30, spettatori e giocatori in campo avvistarono il passaggio in cielo di due dischi volanti, tanto che la partita fu interrotta dall’arbitro per poi essere ripresa, con punteggio finale di 6 a 2 a favore dei gigliati. Il capo-cronista de La Nazione confermò l’accaduto, furono scattate fotografie e i giornali, tra i quali La Domenica del Corriere, diedero ampio risalto all’evento. Sul terreno di gioco furono inoltre individuati e raccolti frammenti di una bambagia silicea analizzata dall’università di Firenze, che si ritenne rilasciata dai presunti dischi volanti. All’epoca, come emerge dalle cronache, avvistamenti furono segnalati anche in altri Paesi europei, ma su quello dello stadio di Firenze rimane ancora il mistero: l’accaduto non fu mai esaurientemente chiarito.

L’argomento dei “marziani”, com’erano definiti gli Ufo, chi sa perché battezzati come abitatori del pianeta Marte, era in primo piano tra gli anni ’50 e i ’60 del Novecento. Da qui l’idea di Sonego di farne il soggetto di un film, rifiutato da vari registi, fino a quando Dino De Laurentis, il produttore, lo propose a Tinto Brass, che accettò, imponendo la quadruplice parte di Alberto Sordi, inizialmente riluttante, e l’ambientazione in Veneto. Dalla fabula satirica del film, non s’intuisce se davvero il paese di Carpenedo Veneto fu visitato dai cosiddetti marziani. Non è questo il tema dell’opera.

La questione centrale del lungometraggio è invece la reazione della società di fronte a un evento eccezionale, quale sarebbe quello del contatto con una forma di vita extra-terrestre. Gli U.f.o. potrebbero essere stati portatori di un messaggio nuovo, in fondo assimilabile a quello di un potenziale messia, di un messaggio destabilizzante nei confronti dei comportamenti sociali generalizzati, fatti di ipocrisia, disincanto, debolezze, mancanza di fede, egoismo, vanità, difesa di interessi privati.

Tutti, alla fine, finiranno per vedere un marziano. Così sarà per l’impiegato del telegrafo Dario Marsicano, scoraggiato perché le sue opere letterarie non sono considerate dalla grande editoria dominata dai Moravia e dai Pasolini, che si consola con avventure erotiche con la moglie del sindaco e in auto, sotto la pioggia, supplica Dolores (Monica Vitti) di starlo a sentire mentre recita versi di Lee Masters da Spoon River («Adesso so che bisogna alzare le vele, prendere i venti del destino. Dare un senso alla vita può portare alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’eterna inquietudine e del vano desiderio. È una barca che anela al mare e pure a te») e lei gli risponde: «Dime porca che me piase de più». Così sarà per il parroco, uomo umile, povero e generoso, incapace di aver polso e carisma con il proprio gregge e arresosi al vizio dilagante dell’alcol (dice il medico del paese: «Quale medico condotto direi che si tratta di fantasie oniriche. Sogni ad occhi aperti. Fantasie del subconscio che esplodono in psicosi collettive. Disemose la verità. Se beve troppo. Graspa, vin, de tuto insoma»). Così sarà per il brigadiere dei Carabinieri e per il conte Momi.

Satirico e dissacrante, allegorico e penetrante, questo film di Tinto Brass, non a caso bocciato dal grande pubblico, che si attendeva una storia semplice, di quelle che Alberto Sordi interpretò ad esempio ne Il seduttore, Il marito o Il vedovo, una storia leggera e convalidante nei confronti di scomodi fantasmi, riconducibile a quegli stereotipi che nascondono scheletri negli armadi e drammi. «Neanche di fronte a qualcosa di così enormemente diverso, la gente si ricredeva» ha detto Tinto Brass, in un’intervista, commentando il film. I (presunti) marziani erano gettati in un pozzo oppure finivano al centro di contrattazioni per trarne un vantaggio. Il sindaco coglieva l’occasione del loro arrivo nel paese per fare campagna elettorale populista. «Strade, ponti, corriere, alberghi per dare adito al turismo, che quando il soldo gira per il ricco gira anche per il povero!». Alla fine del film, i (presunti) visionari finiscono all’ospedale psichiatrico, compreso il razionale brigadiere dei Carabinieri.

Questo film quasi dimenticato è la consona metafora di quanto accaduto nell’Italia del 2020 con l’insorgenza di una grande paura collettiva, ingenerata dall’epidemia di Covid 19. La fenomenologia del virus è stata per gli italiani come la discesa dei marziani, un evento prontamente catalogato, nelle dichiarazioni della stragrande maggioranza dei divulgatori, nel novero della naturalità (trasmissione, per zoonosi, dal pipistrello) e comunque tentando di circoscriverlo, tra contraddizioni, discordanze e impossibile controllo di tutte le variabili, nell’alveo razionale della scienza. Taluni hanno immaginato un flagello voluto da Dio per ammonire o fustigare l’umanità, e i rappresentanti della Chiesa cattolica hanno pregato per una fine della catastrofe che ha avuto e sta avendo il suo inesorabile decorso.

Il fatto è che, ancora una volta di fronte a un evento di portata eccezionale, l’organismo sociale e la maggior parte delle sue cellule, gli individui, a fronte della possibilità di una revisione globale del proprio modo di porsi e di agire nei confronti dell’esserci, hanno reagito proprio come gli abitanti del paese di Carpenedo al (presunto) arrivo degli alieni. Ossia: attendendone la fine, per poi tornare a essere come prima. Quando non sfruttandolo per trarne tornaconti di vario genere. Se qualcuno dirà di aver avuto una visione sarà considerato un marginale e guardato con occhio storto, perché pericoloso e non funzionale al sistema, come il brigadiere dei Carabinieri Berruti Vincenzo, internato dal “Manicomio di Sant’Ubaldo”, a Treviso, «reparto dischi volanti».

Lo psicanalista Umberto Galimberti ha osservato in questi giorni: «Cosa ci ha insegnato la pandemia? Niente. Torneremo al precedente stile di vita con la foga di chi ha vissuto un periodo di astinenza». In epoca di epidemia globale molti hanno pensato ciò che nel film l’impiegato del telegrafo Marsicano Dario chiede ai marziani: «Siete arrivati per aiutarci o per punirci?». Forse alcune mogli o amanti hanno proferito ciò che Dolores, Monica Vitti, sua compagna di trasgressione, manifesta di fronte ai dischi volanti: «Non mi punite… Sono stata vittima dei sensi». Si finisce ancora con lo stesso esito del film. Uno qualunque, mentre la Croce verde conduce un altro all’ospedale psichiatrico, chiede: «Cosa xe suceso?. L’altro risponde: «Niente, un altro che ha visto i dischi volanti».

[15 giugno 2020]

«Come piatti di minestra». Dal film Il disco volante di Tinto Brass (1964)

Il conte Momi: «Il marziano lo compro io»

John Foster, Ballando con te (nella colonna sonora del film)

 

 

 

Anche i narcotrafficanti hanno un’anima?

 

I narcos non accettano l’atteggiamento lassista del presidente Jair Bolsonaro, il cui figlio maggiore è coinvolto in un’inchiesta per corruzione. E si attivano nelle favelas brasiliane. Imponendo il coprifuoco e consegnando i viveri presso il domicilio degli isolati, in un Paese dove le vittime ufficiali per Covid sono quasi 50mila. Il motivo di tanto interesse dovrebbe essere oggetto di approfondimento.

[14 giugno 2020]

Al Pacino in una scena de L’avvocato del diavolo, di Taylor Hackford (1997)

In ogni caso, vittime o sopravvissuti

 

Christopher Lasch, storico e sociologo statunitense (Omaha, Nebraska, 1° giugno 1932 - Pittsford, New York, 14 febbraio 1994), nel saggio L'io minimo (Feltrinelli, Milano 1996), ha scritto: «Non si ottiene niente, dopotutto, occupandosi troppo delle cattive notizie. L’artista della sopravvivenza le dà per scontate; è al di là della disperazione». «Il tipo di esperienza storica di cui il Vietnam rappresenta il culmine logico, cioè che altri dispongano delle nostre vite senza il nostro consenso, finisce per privarci della capacità stessa di assumere la responsabilità di decisioni che riguardano la nostra vita o di adottare nei confronti della vita una posizione diversa da quella di vittime o di sopravvissuti».

[9 giugno 2020]

Combattimenti in Vietnam (1970)

Dal film Hamburger Hill di John Irvin (1987)

L’impazzimento di “Palla di lardo” in Full Metal Jacket di Kubrik

La sfera di cristallo e il privilegio della Ffp2

 

Induce a una profonda, abissale riflessione, il fatto che il 27 gennaio 2020, il dottor Federico Marini, direttore del polo sanitario del Senato, con antecedenza di due giorni dal ricovero della coppia di cinesi malati di Sars-Cov2 all’Istituto “Spallanzani” di Roma, e circa un mese prima dell’emersione del «paziente 1» di Codogno, abbia formalmente ordinato una fornitura di 10mila mascherine «Ffp2», la tipologia adatta ad affrontare un elevato rischio di contagio, consigliata a medici e infermieri nei reparti Covid, ad uso dei senatori. Ancor prima della pubblicazione del Decreto di dichiarazione dello stato di emergenza in Italia in Gazzetta Ufficiale il 31 gennaio 2020, notizia passata pressoché sotto silenzio, il Senato provvedeva a dotarsi di dispositivi di protezione che poi sarebbero drammaticamente mancati al personale medico-sanitario nel fronte di guerra al virus. Come ha sottolineato Report del 1° giugno 2020 (Rai 3), non giunge notizia che consessi parlamentari stranieri abbiano provveduto a tale ordine di spesa, subordinata alla responsabilità dell’acquisto privato. Per molti giorni ancora, da quella data, la televisione, attraverso le opinioni degli esperti, avrebbe omesso, sottovalutato e persino disincentivato l’adozione generalizzata di questo strumento di protezione e prevenzione.

[8 giugno 2020]   

Ennio Morricone, Per un pugno di dollari (1964)

 

 

 

«Noi denunceremo»

 

«Vogliamo sapere perché l’Italia è stata data in pasto a questo virus» dichiara, da Brusaporto (Bergamo), il presidente del Comitato “Noi denunceremo” Luca Fusco alla trasmissione Mezz'ora in più di Lucia Annunziata su Rai 3. Il commissario per l’emergenza Arcuri, anch’esso collegato in diretta, ascolta e per qualche attimo impallidisce.

 

[7 giugno 2020]

«Ma il cielo è sempre più blu»

 

Molto spesso la cabala del destino manifesta coincidenze tragi-magiche che lasciano sconcertati. Oggi, giorno della festa della Repubblica, ricorre il 39° anniversario della morte del cantautore calabrese Salvatore Antonio Gaetano, detto Rino. Aveva 30 anni quando perì in un incidente stradale. Sulla via Nomentana, a Roma, in corrispondenza dell’incrocio con via Carlo Feo, a causa di un malore (come avrebbe poi accertato dall’autopsia), la Volvo 343 grigio metallizzata che stava guidando solitario, poco prima delle 4 del mattino, invase la corsia opposta e andò a sbattere contro un camion. L’autista dell’autotreno lo soccorse.

I mezzi di emergenza lo trasportarono, in stato di coma e con frattura cranica, al Policlinico Umberto I, ma non essendo questa struttura attrezzata per interventi di traumatologia cranica, furono contattati 5 ospedali, il San Giovanni, il San Camillo, il Cto della Garbatella, il Policlinico Gemelli e il San Filippo Neri. Nessuno di essi aveva posti disponibili. Fu infine accolto al Gemelli, dove peraltro spirò intorno alle 6. In una canzone composta nel 1970, La ballata di Renzo, raccontava la storia di un ragazzo, Renzo, investito da un’auto mentre lui si trovava al bar, «al bar con gli amici», «bevevo un caffè». Il guidatore dell’auto gli diede soccorso ma Renzo fu rifiutato dal San Camillo («lì non lo vollero per l’orario»), dal San Giovanni («non lo accettarono per lo sciopero»), dal Policlinico («lo respinsero perché mancava il vice-capo»). Sembra il presagio della sua vicenda finale e i tre ospedali citati sono tra quelli dove non si trovò posto nemmeno per lui, come accadde a Renzo, le cui spoglie non ebbero ospitalità neppure al cimitero.

Rino Gaetano fu un cantautore singolare e atipico, irridente ed enigmatico. Chi ha capito, ad esempio Gianna, suo cavallo di battaglia, continua tentazione di quella che si definisce «orecchiabilità», irresistibile e giocoso motivo? Il non sense e il gioco linguistico anche fine a se stesso occupano infatti un posto non di poco conto nella ricerca del senso. Si avvertiva che era arrabbiato e la prendeva per il culo l’Italia delle ingiustizie e dei segreti, degli intrallazzi e dei tiggì, si avvertiva che la amava disperatamente altresì, quell’Italia in cui, laddove tu intenda valicare certi confini, dire qualcosa di autentico, essere ascoltato (e quando non sei ascoltato è naturale che t’incazzi), sa essere cattiva oltre ogni limite, togliendoti di mezzo in una maniera o nell’altra, uccidendoti o fisicamente o psicologicamente, attraverso l’esclusione e l’indifferenza.

Finì per star male Rino, capace di giusto aplomb (in un’intervista a Pippo Baudo, ad esempio) nei luoghi sacri di quel sistema che poi finisce per divorarti, come il successo, per poi pagare il suo disagio e la sua maledizione cercando conforto e certezze ormai andate in fumo nel bar degli amici antichi. Stava male forse anche nella sua ultima notte terrena, quando l’auto-profezia di dieci anni prima ebbe il suo corso. Sono stati posti dubbi, dopo la sua scomparsa, sul fatto che desse fastidio a qualcuno, che conoscesse qualche scomodo segreto, come ha osservato in un libro, Chi ha ucciso Rino Gaetano? (Revoluzione, 2017), l’avvocato salernitano Bruno Mautone, che ricorda come Stefano Bisi, Gran Maestro del Gran Oriente d’Italia, nel suo discorso di insediamento del 6 aprile 2014, avesse ricordato il verso di una ballata dell’artista: «Chi nuota da solo affoga per tre».

È stato un pezzo forte, nei flashmob di centri periferie quartieri, nella fase più cupa del disastro virus, Ma il cielo è sempre più blu. La sua storia, la storia di Rino Gaetano, della sua gioia ultima e del suo dolore, sono tornate, e quel non trovar posto in ospedale e nemmeno al cimitero del protagonista di una sua canzone dimenticata, simbolizza ciò che si è drammaticamente verificato, nel momento parossistico del Covid. 

Un’altra coincidenza del destino. Proprio oggi, giorno in cui quella Repubblica nata il 2 giugno 1946 celebra la sua ricorrenza, che combacia – sembra fatto apposta – con la vigilia dell’apertura degli spostamenti da regione a regione e con l’arginamento del virus, cade l’anniversario della morte del cantautore, che ricordiamo in un’immagine iconica in grado di dire molto, lui in frac, tuba e scarpe da ginnastica. Al di là di tutto quel che non si reggaepiù, rimane sempre quel suo cielo, sopra i problemi, le periferie, gli happy hours malati di inanità nei centri storici, le depressioni, quel Cielo cui affidarci, quel cielo «sempre più blu».   

[2 giugno 2020]

Rino Gaetano. Ma il cielo è sempre più blu (1975)

Rino Gaetano. La ballata di Renzo (1971)

Un’immagine del cantautore

Il dubbio amletico. «Abbiamo imparato»?

 

Ha detto oggi papa Francesco I: «Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla. Chiudendoci in noi stessi». L’ermeneutica di questa frase pone in risalto due questioni essenziali.

La prima. Dall’espressione “sprecare la fatalità di questa crisi”, si deduce che, secondo il pontefice della Chiesa cattolica apostolica romana, sarebbe ancor più drammatico dell’ecatombe e del terrore provocati dall’epidemia globale, non coglierne le possibilità di purificazione, rigenerazione, catarsi: degli individui, nelle loro azioni quotidiane e progettuali, e della società, attraverso le proprie organizzazioni e, soprattutto, mediante la classe dirigente, quella politica, con il suo backstage di gruppi di pressione.

La seconda. Emerge con chiarezza il fatto che, secondo Bergoglio, sarebbe deleterio reagire a quanto si è verificato, attraverso la chiusura o il trinceramento dei soggetti in se stessi, più di quanto prima accadeva, a causa del trauma collettivo, vissuto con le più svariate reazioni, sia nei momenti del lockdown, sia dopo la decretazione del suo scioglimento. L’immagine e il concetto della chiusura in se stessi, nelle parole di Francesco I, detiene una valenza negativa e rinvia all’immagine di un atteggiamento rinunciatario, difensivo, disincantato, quando non pervasivamente pessimista e ostile, fino a strabordare nel cinismo, nell’aggressività o nella distruttività.

Permanere in silenzio con se stessi, nella ricerca di sé o della contemplazione, può costituire anche atto presumibilmente virtuoso, laddove giunga da scelta individuale, forse sospinta da soffio divino: pensiamo ad esempio all’esperienza di monache di clausura o eremiti. Antonio Gramsci, da una diversa prospettiva rivoluzionaria, parlava di «pessimismo della ragione» e «ottimismo della volontà». Il sociologo Domenico De Masi, intervistato da Tg2 Post il 29 maggio 2020, ha osservato: «È necessario saper distinguere il necessario dal superfluo». E ha aggiunto: «Ma noi italiani abbiamo imparato?». Dubbio amletico.

[31 maggio 2020]

Stralcio del grande documentario di Sergio Zavoli, Clausura (1958),
realizzato nel convento di via Siepelunga, a Bologna

Bobby McFerrin, Don’t worry be happy (1988)

Cercare la voce di Cesare Pavese

 

Cesare Pavese non muore mai, per quanto avesse già raggiunto in vita, sul piano filosofico, la sua cognizione dell’immortalità, in un assunto dei Dialoghi con Leucò («Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più domani (…). Che cos’è vita eterna se non accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno alcuno scopo»). Chi sa come si sarebbe svolto il prosieguo della sua esistenza qualora non avesse deciso di togliersi la vita, il 27 agosto 1950, a Torino. Questo, tuttavia, è un interrogativo assurdo, per quanto abbia già una sua quasi indiscutibile risposta. Avrebbe ancora cercato nell’amore di coppia, la forma più impegnativa di relazione, quella risposta che non gli sarebbe mai pervenuta, dato che anche un ipotetico Dio che forse ha trovato nell’abbraccio definitivo cui anelava, era troppo lontano e silenzioso per dargli ancora la forza e il coraggio di vivere e scrivere. Nell’estate del 1991, venticinquenne, prestavo servizio come obiettore di coscienza e, in un ritiro di formazione in Valpolicella, rimasi colpito da quanto mi disse una sera un coetaneo che conosceva la sua letteratura: «Pavese emana una religiosità infinita».

Non era certo uomo, lo scrittore piemontese, da fermarsi alle apparenze o a non accettare di immergersi, scommettendo stoicamente tutto se stesso, nell’inferno talvolta lieve, talvolta micidiale, dell’avventura terrena. La potenza del suo scavo va trattata con pudore sacrale e reverenziale rispetto. Moravia e Pasolini lo giudicarono con sospetta acrimonia. Il primo, incredibilmente, scrisse che il suo suicidio fu costruito ad arte per conquistare una celebrità che altrimenti non avrebbe raggiuto, dimenticando che nel 1950 aveva già ottenuto la massima affermazione, vincendo il premio Strega. Il secondo, altrettanto incredibilmente, in un’intervista del 1972 rilasciata al regista franco-italiano Franco Contini da inserire in un film, gli diede del mediocre: «Lo considero uno scrittore medio, uno scrittore che non va oltre la media di uno scrittore italiano. È un letterato italiano, che non va oltre questa linea media se non addirittura mediocre (…) Il suo impegno politico è stato corretto e forse da questo dipende la sua fortuna. (…) E’ uno scrittore che non suscita grandi problemi né letterari né politici (…)». La più organica, qualitativamente efficace nonché penetrante indagine comprendente sulla figura e sull’opera di Pavese, resta quella realizzata da Elio Gioanola nel libro La poetica dell’essere (Marzorati, Milano, 1971).

Il suo gesto ultimo fece un gran clamore nell’Italia del 1950, quasi come quello di Luigi Tenco al festival di Sanremo del 1967, ma al contrario di come la pensava Moravia, fu messo in atto non per assurgere a mito, quanto per l’impossibilità di reggere una pena di esistere diventata insopportabile. Il valore del romanziere è inscritto nelle sue opere e nella sua raffinata ricerca, e probabilmente le radici psicologiche alla base della sua auto-distruzione, non si discostano granché da quelle di «donnette, che l’hanno fatto». Va riconosciuto al movimento “Comunione e Liberazione”, sovente ortodosso e dogmatico, di averne fatto risaltare la grandezza dell’esplorazione umana e il tedio spirituale, non certo perché in un periodo molto transitorio della sua esistenza cercò di avvicinarsi al cattolicesimo, salvo poi tornare a capofitto nel riversamento di se stesso nella scrittura e a essere risucchiato nel gorgo fatale delle vicende terrene. L’editore Giulio Einaudi di Torino, dove lavorò per molti anni come redattore, che lo sfruttò e lo spremette al tal punto da suscitarne le ire, paga sempre un debito di riconoscenza nei suoi confronti, e ha ragione. In questi giorni ha ripubblicato sette sue opere. I giornali, sempre a gara per rievocarne in anticipo l’uno sull’altro l’anniversario della nascita e della morte (quest’anno sono 70 anni dalla morte), hanno colto l’occasione per parlare di lui tre mesi di prima alla cadenza della data, in quell’agosto così magnetico e così crudele.

Il quotidiano La Verità, in prima pagina, il 23 maggio 2020, ne valorizza il suo andar oltre l’ideologia, questione attualissima, dato che ideologie minime o massime continuano a imperare e non se ne esce, per non parlare dei «residui» e delle «derivazioni» su cui discettò Vilfredo Pareto, interessi che deformano la purezza di un messaggio comunicativo, per non parlare dell’ipocrisia dilagante e del nulla politico. Il Venerdì di Repubblica, numero 1679, del 22 maggio 2020, ha dedicato la copertina allo scrittore. Con intervista, in apertura, a Maria Luisa Sini, la nipote, età 92 anni. Qualcuno, come me, fin da quando si è innamorato del personaggio, ha pensato che avrebbe voluto sentirne la voce. Finalmente un giornale tocca questo aspetto. Attraverso le parole della signora Sini. «Naturalmente ricordo come parlava e non era per niente forbito, usava un italiano normale, lineare, con qualche vocabolo in dialetto. Discorrendo con noi in famiglia, non faceva mai l’intellettuale. Peccato che la sua voce non sia presente in nessun archivio, non sia rimasta incisa in nessun nastro. Ora che sono tanto vecchia sarebbe bello riascoltarlo». Il critico letterario de Il Messaggero Renato Minore conferma che da ricerche fatte anche negli archivi radiofonici non si trova traccia di registrazioni della voce dello scrittore. Quando la primavera stava iniziando a prorompere nel mezzo del lockdown e i cieli sembravano beffardamente ancora più blu, nella solitudine generalizzata – il problema principale di Pavese: come rompere la solitudine, umanissima percezione, necessità ma anche inferno, essendo arduo star soli soltanto con ciò che si vede dal terrazzo e con Dio – sono tornate le parole che Pavese scrisse nel suo diario intimo, Il mestiere di vivere, in periodo di primavera: «Volano i petali dei meli e dei peri. La terra ne è disseminata. Paiono farfalle» (18 aprile 1945). Un raggio di luce.

Stava arrivando aria di Liberazione alla metà di aprile del 1945, ma quasi certamente questo è un aspetto marginale. Lo scrittore tentò un avvicinamento alla religione in quei momenti, a Serralunga di Crea (Alessandria), per quanto tutta la propria esistenza fosse un confronto con un possibile oltre. Se ne andò discreto, come in punta di piedi, chiedendo di essere perdonato e perdonando tutti, di non far pettegolezzi. Chi sa se nei suoi occhi, valicando il tunnel, rivide anche l’immagine della ballerina Milly. «E Cesare / perduto nella pioggia / sta aspettando da sei ore / il suo amore ballerina» (Francesco De Gregori, Alice non lo sa, 1973). Chi sa se ha ritrovato in un’altra dimensione Connie, l’americana, la donna dalla voce rauca, sua madre o Pinolo Scaglione. Dato che tutto può esser nulla come può esser eterno, Cesare, sta ancora ascoltando Verde luna, in un locale sotto le stelle mute.

[30 maggio 2020]

Vittorio Gassman legge Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Giorgio Albertazzi legge la lettera a Pierina

Nilla Pizzi, Verde luna

La statura di Dio

 

«Sono forse, anch’io, un veicolo di Dio, / ma non ne ho veramente coscienza / e scrivo questa frase “a titolo sperimentale”» ha poetato Michel Hoellebecq. Dio è stato pregato, invocato più del solito, nel corso dell’inesorabile incedere dell’epidemia globale. L’impressione, tuttavia, è che Lui non c’entri nulla con quanto accaduto. Come sempre rimangono chi lo nega, chi lo anela, chi lo supplica, chi lo maledice. Ma nessuno ne conosce la statura.

[27 maggio 2020]

Fabrizio De Andrè, Un giudice (1971) 

La sveglia di Trump

 

Gli umori di Trump sono imprevedibili e temporaleschi, come peraltro quelli dei comuni mortali. Una mattina si sveglia e mette i dazi al Parmigiano Reggiano. Un’altra si commuove e li sopprime, inviando cuori e amore agli amici italiani, colpiti per primi dalla pandemia (in seguito i dolori, e molto più atroci, purtroppo, avrebbero inesorabilmente raggiunto anche gli States). Come quasi tutti i politici, come quasi tutti i comuni mortali, non ama il contraddittorio e stamattina, si è destato con un altro consiglio che gli ha portato la notte. Algido, ha minacciato di chiudere i social, dove derisioni, deplorazioni e sarcasmi sulla figura del presidente Usa imperversano. È solo una minaccia, al momento, e probabilmente tale resterà nel Paese formalmente più democratico del mondo. Anche perché questa intimidazione ricorda ciò che invece è fattualità nel Paese, la Cina, che appare il principale antagonista del capo della Casa Bianca. Nel Paese del Dragone, infatti, Facebook, Instagram, What’s App, solo per citarne alcuni, non sono accessibili.

 

[27 maggio 2020]

Mascherine a Bollate

 

Al carcere di Bollate si produrranno, secondo le previsioni, 400mila mascherine al giorno. Uno spazio del penitenziario è stato allestito con il nome di “Area industriale“. La produzione servirà non solo per il fabbisogno interno della prigione, ma anche per ridurre la dipendenza italiana dall’import di questo prodotto mai così richiesto come in questo periodo storico. È uno dei mille volti della possibile redenzione degli internati. La ricerca del senso ultimo può situarsi anche in una mascherina. Ma ciò vale per tutti, perché le carceri sono dovunque, per quanto siano sovente immaginarie, dato che l’anima non può essere fatta prigioniera.

[26 maggio 2020]

«Con le vignette raduno le pecore del mio gregge»

 

Don Giovanni Berti, detto don Gioba, classe 1967, originario di Bussolengo (Verona) e parroco di Moniga del Garda (Brescia), è un prevosto creativo e ha una debole per la vignetta. Fin dai tempi del liceo, caricaturava i professori e questa attività proseguì anche quando s’iscrisse in seminario. Certo, anche in epoca pre-virus la fantasia non gli difettava. Tuttavia, l’acutizzazione dell’emergenza e le ricadute sulle consuete attività pastorali, hanno fornito al sacerdote un’infinità di spunti per i suoi disegni. Ci sa fare don Gioba, anche con la comunicazione, avendo perfettamente compreso che, se permane la necessità d’incontro reale e di vita sociale e comunitaria, la realtà si può esperire anche a distanza attraverso gli strumenti info-telematici. Pubblica le vignette sul suo blog (www.gioba.it), puntualmente aggiornato, accanto alle omelie, ai brani del Vangelo della domenica e a varie fonti di catechesi, rispondendo alle più svariate domande dei propri parrocchiani. Sa, inoltre, che, superato il gap generazionale, il ricorso ai media Ict, sarà pressoché generalizzato in futuro. E che essi, sono soltanto uno strumento. Per comunicare con ciò che starebbe oltre, la sfida di ogni dì.    

 

[26 maggio 2020] 

Due vignette di don Gioba. La seconda è del 14 giugno 2020

Mille di centomila. La Spoon River del New York Times

 

Come già accaduto per la strage delle Twin Towers dell’11 settembre 2001, il New York Times ha riservato l’intera copertina – seguita dalle prime pagine interne, fitte fitte, scarne ed essenziali – per dare un nome e una sintesi di mille di centomila storie dei caduti per Sars-Cov2. Titolo d’apertura: An incalculable loss, «Un’incalcolabile perdita». I decessi negli States hanno infatti già raggiunto quota centomila. Un bilancio provvisorio. Lavoro enorme, quello svolto dal celebre quotidiano della East Coast. Per ciascuno dei mille deceduti, in una riga, un elemento della sua biografia. Farlo per tutti sarebbe stato impossibile. Impossibile anche non ricordare Edgar Lee Masters, che ai morti dormienti nella collina di Spoon River dedicò epitaffi. Chi sa se mai un giornale italiano si cimenterà in una simile impresa, dove a parlare, icasticamente, non è un editoriale, ma solo nomi e storie. Ma a parte ciò, si pensi e si dica quel che si vuole sul Paese attualmente comandato da Donald Trump, gli Stati Uniti, nella memorialistica biografica non solo nei fogli di carta del New York Times, ma anche nelle incisioni nel marmo, le cose le fanno. A Washington, sul muro di Maya Ying Lin, sono scolpiti tutti i nomi dei 58.156 caduti statunitensi nel conflitto del Vietnam. A New York City, al Memorial Plaza, in 76 placche di bronzo presso “Ground Zero”, sono incisi quelli delle 2.983 vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers, ad Arlington (Virginia) e Shanksville (Pennsylvania) e dell’attentato del 1993 al World Trade Center.

Questi alcuni nomi delle vittime riportati dal quotidiano, seguiti da un ricordo di ciò che furono, di ciò che fecero. Marion Krueger, Kirkland (Washington), 85 anni, «bisnonna sempre pronta al sorriso». Loretta Mendoza Dionisio, 68 anni, Los Angeles, «nata nelle Filippine e sopravvissuta al cancro». Michael Mika, 73 anni, Chicago, «reduce del Vietnam». Louis Juarez, 54 anni, Romeoville, Illinois, «viaggiò spesso tra Stati Uniti e Messico». Ronnie Estes, 73 anni, Stevensville (Maryland), «desiderava spesso sentire il suono dell’oceano». Dave Edwards, 48, anni, New York City, «guida al pubblico per assistere ai match universitari di basket». Floyd Cardoz, 59 anni, Montclair, New Jersey, «chef indiano di qualità». Kious Kelly, 48 anni, New York City, «infermiera al fronte del Covid», Romi Kohn, 91 New York Cirty, «ha salvato 56 famiglie ebree dalla Gestapo». Freddy Rodriguez sr., 89 anni, Denver, «ha suonato il sassofono presso il Denver’s Oldest Jazz Club». Gerald Antony Morales, 91 anni, Louisiana, «manifestava una conoscenza enciclopedica della vecchia Hollywood». Sandy Pratt, 92 anni, Bellevue, Washington, «ingegnere che insegue sempre il vento». Jéssica Beatriz Cortez, 32 anni, Los Angeles, «immigrata da 3 anni negli Stati Uniti». April Dunn, 33 anni, Baton Rouge, Louisiana, «avvocato per i diritti dei disabili». Cedric Dixon, 48 anni, New York City, «detective di Polizia a New York City con un debole per l’interrogatorio». William Helmreich, 74 anni, Great Neck, Stato di New York, «sociologo che camminava per New York City». Luiza Ogorodnik, 84 anni, Skokie, Illinois, «emigrata dall’Ucraina». Douglas Hickok, 57 anni, Pennsylvania, «primo caso di Covid tra i militari». Norma Hoza, 101 anni, Wilmette, Illinois, «madre di 6 figli». Israel Sauz, 22 anni, Broken Harrow, Oklahoma, «appena diventato padre».

Oltre alla necessità di ritrovare e ricordare resta il mistero dell’esistenza, che Luigi Pirandello in Uno, nessuno, centomila (1926) così dipinse: «La vita non conclude. E non sa di nomi la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo».

 

[24 maggio 2020]

Loredana Bertè, Dedicato (1978), brano scritto da Ivano Fossati

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La prima pagina di The York Times del 24 maggio 2020. Altrettanto suggestiva è la commemorazione sul sito Web del quotidiano, all’Url https://www.nytimes.com/interactive/2020/05/24/us/us-coronavirus-deaths-100000.html

Aggiornamento Inps

 

Dalle verifiche svolte dell’Istituto nazionale della previdenza sociale nei propri archivi telematici, al bilancio ufficiale delle vittime causate da Covid 19 – a oggi oltre 32mila – sono da aggiungerne altre 19mila circa. Ciò significa che il bilancio dei decessi si attesta provvisoriamente su oltre 51mila, un dato che si sta avvicinando a quello ipotizzato il 14 aprile 2020 dal sociologo Luca Ricolfi. È necessario infatti ricordare che l’Inps può rendicontare soltanto dei cittadini registrati nella propria banca dati.

[22 maggio 2020]

The Trashman, Surfing man (1963), nella colonna sonora del film Full Metal Jacket di Stanley Kubrik (1987)

Malinconico Maracanà

 

Lo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, messo in cantiere nel 1948 e inaugurato in occasione del Mondiale di calcio brasiliano del 1950, capace di contenere sugli spalti quasi 200mila spettatori, è diventato un immenso ospedale. Nel prato verde dove Edson Arantes do Nascimiento, Pelé, segnò la sua millesima rete e Roberto Rivellino, con i suoi dribbling, mandava in visibilio il pubblico, è ora in corso un match drammatico dato che il Paese sud-americano è attualmente il terzo al mondo per incidenza dei contagi da Covid e di decessi (20mila). Molto più drammatico della finale di quel campionato del mondo, che si svolse in questo impianto il 16 luglio 1950, quando i carioca uscirono sconfitti per 2 a 1 con l’Uruguay e il Paese sprofondò in una delirante malinconia che causò anche vari suicidi.

[21 maggio 2020] 

Vecchioni all’Oviesse

 

Il 4 maggio 2020 l’Oviesse ha riaperto, ma solo per le vendite di abbigliamento per bambini. Dal 18 maggio si possono acquistare referenze senza alcuna limitazione. Pedalini estivi da uomo, ad esempio. Entri in un momento in cui c’è quasi nessuno. Ti rapisce un’atmosfera. Sta andando la canzone Luci a San Siro, di Vecchioni. «Ma il tempo emigra / Mi han messo in mezzo / Non son capace più di dire un solo no / Ti vedo a volte / Ti vorrei dire: / Ma questa gente intorno a noi che cosa fa? / Fa la mia vita / Fa la tua vita / Tanto doveva, prima o poi, finire lì / Ridevi e forse, avevi un fiore / Non mi hai capito non ti ho capita mai… / Scrivi Vecchioni, scrivi canzoni» / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danè»... 

[21 maggio 2020]

Roberto Vecchioni, Luci a San Siro (1971)

Libertà

 

Una voce, dalla strada, sale in casa attraverso la finestra aperta. «La più bella cosa è essere liberi. Ogni posto l’è tuo». Libertà, concetto complesso, non si parla d’altro. È molto vivo, aleggia da più parti, in questo tempo di virtuale rigenerazione simile più all'ansia di soddisfare qualche desiderio represso che a un credibile progetto di catarsi o quantomeno di cambiamento verso una società meno infelice, lo scrittore francese Michel Houellebecq: «La libertà mi sembra un mito, / oppure è un soprannome del vuoto; / la libertà, francamente, m’irrita, / si raggiunge in fretta la banalità. / Ho avuto diverse cose da dire / stamattina, molto presto, verso le sei / sono precipitato nel delirio, / poi ho passato l’aspirapolvere» (La ricerca della felicità, Bompiani, Milano, 2008).  

[21 maggio 2020]

Alan Parson Project, Mammagamma (1982)

Sacrificio di macachi

 

«I macachi si sono contaminati nonostante il vaccino» (Tg2). Macachi anche gli sperimentatori. Solidarietà per i macachi infettati.  

 

[19 maggio 2020]

Isterici al potere

 

Nancy Patricia Pelosi (Baltimora, 26 marzo 1940), speaker della Camera dei rappresentanti Usa, attacca Donald John Trump (New York, 14 giugno 1946), presidente degli Stati Uniti. «Sei obeso». Lui ribatte: «Sei malata e con problemi mentali». Sicuramente non c’è indifferenza tra i due. E forse li attende un futuro radioso. Sigla. Bruno Lauzi.

[20 maggio 2020]

Bruno Lauzi, Ritornerai (1963)

Totus tuus

 

A Tg2 Post di ieri sera, monsignor Rino Fisichella (nato a Codogno – nome di un centro del Lodigiano che oggi evoca ricordi freschi – il 25 agosto 1951) ha ricordato, nel centenario della nascita di Giovanni Paolo II (Wadowice, Polonia, 18 maggio 1920), i momenti in cui si raccoglieva in preghiera davanti al Crocifisso o alla statua di Maria. «Perdeva completamente la concezione dello spazio e del tempo» ha detto Fisichella. E questa intensità di meditazione, emerge anche dai filmati disponibili. Ma l’empatia arriva fino a un certo punto. Molti di noi, probabilmente tutti, desidereremmo raggiungere un tale stato, che inevitabilmente avrebbe riflessi anche negli altri momenti della nostra esistenza. Karol Wojtyla è stato un uomo che sapeva anche amare profondamente il creato, le montagne innevate ad esempio, o tutti i bambini che abbracciava con grazia e naturalezza innate. Interessante e sempre basata sull’empatia è stata, nella rubrica del Tg2, anche la testimonianza di Paolo Mieli, giornalista e storico, a proposito dell’incontro tra Giovanni Paolo II e il suo attentatore, Alì Agca. Nulla è mai ufficialmente trapelato da quell’incontro. Tuttavia Mieli ha ipotizzato che quel celebre e privatissimo dialogo non fosse volto a conoscere particolari sul movente che spinse il “lupo grigio” a tentare di assassinarlo con una Browning calibro 9. Perdere Karol è stato come perdere un padre, con la speranza di ritrovarne l’abbraccio universale per chiunque, in quel mondo con cui si metteva in contatto nel silenzio della preghiera.

[19 maggio 2020]

«Habemus papam». 16 ottobre 1978

Giovani Paolo II e i bambini

«Convertitevi». Agrigento, 9 maggio 1993

Clienti gonfiabili

 

In quella pazza America che, nel bene e nel male, ti acchiappa l’attenzione e ti fa venir voglia di attraversare con macchina fotografica e taccuino, a tuo rischio e pericolo, un ristorante di Taylors, centro di circa 20mila abitanti nello Stato della South Carolina, ha deciso di riaprire i battenti e colmare i vuoti che inevitabilmente si creano con le regole del distanziamento sociale tra un tavolino e l’altro, con clienti gonfiabili, maschi e femmine. Sono le inflatable dolls, bambole e bamboli che assumono forma con il fiato o con l’ausilio di un compressore. La proprietaria dell'esercizio, Paula Starr Melehes, ha dichiarato alla stampa di averli acquistati su un sito on line e che coadiuveranno il locale nella ripresa delle normali attività, incoraggiando i clienti, ai quali, con la presenza degli androidi di gomma, ormai universalmente conosciuti a scopo di silenzioso intrattenimento, «il locale apparirà più pieno». Nulla vieterà a un solitario avventore di chiedere di sedersi, per un pranzo o una cena, accanto al silenzioso compagno, essendo molto meno contagioso di uno in carne e ossa. Se la sua presenza stancherà, basterà avere a portata di mano un semplice spillo. Qualora la compagnia sia gradita, chiedendo ai proprietari del locale, si potrà invitare fuori per il dopocena.

In uno dei quattro episodi del film Marcia nuziale (1966), intitolato “La famiglia felice” (epitaffio sarcastico iniziale: “Nel terzo millennio saremo felici!”) il regista Marco Ferreri racconta la storia del salvataggio della famiglia attraverso l’invenzione di bambole antropomorfe in grado di sostituire mogli, mariti e figli. Frank (Ugo Tognazzi), vive apparentemente felice in un’isola con la propria moglie-bambola, un modello B del 1986, ma invidia il più recente modello Z del 1999 con cui è ammogliato un giovane conosciuto per caso sugli scogli. Chiede all’uomo di prestargliela, ma questi oppone un diniego. Tornato dalla moglie, gli racconterà l’accaduto, e dai suoi occhi di gomma usciranno lacrime vere.    

[18 maggio 2020]

Dal film Marcia nuziale di Marco Ferreri (1966)

Il racconto della notizia dell’United Press International

«Facciamo finta che…»

 

Dopo 70 giorni di lockdown e circa 90 di sbigottimento collettivo, il primo espresso preso al bar con chicchera in ceramica, piattino e cucchiaino di metallo genera una sensazione quasi di disorientamento, di perplessa incredulità. Le prime sperimentazioni di ritorno a una normalità diversa in un mondo che ha dovuto rielaborare il proprio rapporto con il tabù della morte, i primi scampoli di libertà ritrovati, richiedono una graduale ri-socializzazione. Come dopo un lutto individuale e collettivo, dopo una scarcerazione o una malattia, è come accettare di tornare alle consuete province comunicative, a quei codici e riti della Lebenswelt, del mondo della vita quotidiana, a quelle abitudini minime alle quali si finisce inevitabilmente per avvinghiarsi per ritrovare sensi provvisori dell’esistenza, come facendo finta di niente.

Si sa, è fin imbarazzante far finta di niente. E, in realtà, non è che si fa finta di niente. Si cerca soltanto un modo per continuare, per scorgere il futuro di stasera, il futuro che sarà tra sei mesi, un anno, il futuro ultimo. A 14 giorni dalla riapertura dei bar (4 maggio 2020), bicchierino con paletta di plastica e sbarramento obbligatorio all’ingresso vengono meno e signori con il barboncino bianco, lemme lemme, si siedono fuori negli impalcati e nei gazebo, provano a respirare l’aria di tarda primavera abbassandosi un attimo la mascherina, osservano i giochi del sole. Tremano leggermente le gambe, lo stomaco timidamente fa farfalle, come di fronte a un innamoramento, a un incontro dopo tanti anni. È come quando si diventa maggiorenni. Che differenza fa tra ieri, che avevo 17 anni e 364 giorni, e oggi, che ne ho 18? In Spagna, nei momenti più tragici del dramma collettivo, dalle finestre cantavano una canzone di Ombretta Colli del 1975, Facciamo finta che…  

      

[18 maggio 2020]

Ombretta Colli, Facciamo finta che… (1975)

La profezia di Blade Runner

 

Ridley Scott, nel 1982, in Blade Runner, tra i più riusciti film di fantascienza di ogni tempo, profetizzò esattamente la data di ambientazione del suo capolavoro: novembre 2019. L’inizio del grande disastro epidemico è infatti da collocarsi in questo frangente del calendario della storia. Fortunatamente non tutto è eguale al futuro distopico immaginato dal regista preveggente. E forse l’ottenebrazione perenne di Los Angeles e la definitiva lacerazione tra umano e inumano, ricomposta dal replicante Roy, di generazione Nexus 6, costruito in laboratorio, che da macchina programmata, di fronte alla morte, diventa uomo, in uno dei finali più grandiosi della storia del cinema («Io ho visto cose che voi umani…»), sono rinviate a un altro futuro, ancora distopico purtroppo. Certamente, alcune immagini di scenari urbani e sociali circolate nei primi mesi del 2020 ricordano quelle del lungometraggio, che tuttavia non contemplava l’ipotesi dello svuotamento dei luoghi e dell’isolamento globale. Risvegliandosi, e come trasvolando da un sogno assurdo a un altro, nei momenti acuti della pandemia, con il pianeta somigliante a un alveare abbandonato o post-atomico, molti, tra coloro che hanno preso visione del capolavoro, hanno attualizzato quel futuro immaginato 28 anni prima dal regista. Colonna sonora stratosferica: Vangelis. 

 

[16 maggio 2020]

Incipit di Blade Runner di Ridley Scott: «November 2019»

Scenari della Los Angeles “asiatica” di Blade Runner

Blade Runner: «È tempo di morire»

Finale di Blade Runner inizialmente imposto dalla produzione.
«Non sapevamo quanto saremmo stati insieme, ma chi lo sa?»

Il motivo finale del film

Blade Runner, Vangelis, Rachel’s song

Niente visiere, niente guanti. Tute da imbianchino. Come le corazze Farina

 

Mentre l’andamento della curva epidemiologica pare mitigarsi dopo i suoi picchi e aver sostanzialmente risparmiato gran parte delle regioni dell’Italia centro-meridionale da quella che poteva essere un’ecatombe, nel tentativo di ristabilire un primo approccio alla “normalizzazione”, l’auto-giustificatoria propaganda governativa annebbia la realtà dei fronti di guerra ancora aperti, nei quali gli operatori sanitari sono costretti ad affrontare il contrasto all’epidemia ancora con grave penuria di mezzi appropriati.

Il presidente dell’ordine dei medici di Milano, Roberto Carlo Rossi, dichiara: «Si combatte a mani nude. Mancano guanti e dispositivi di protezione. Non ci sono visiere, presenti sul mercato ma a prezzi improponibili. Talvolta il materiale proviene da donazioni». Testimonianze hanno riferito di infermieri e medici, in alcuni ospedali italiani, costretti a difendersi con tute da imbianchino. Per associazione d’idee vengono in mente le corazze Farina, in dotazione all’esercito italiano durante la prima guerra mondiale, che dovevano proteggere i soldati in prima linea al capo e al torace da proiettili di fucile “Carcano modello 91” sparati a 125 metri di distanza, durante operazioni ad elevato rischio, come la recisione del filo spinato nelle trincee nemiche.

In realtà esse erano altamente vulnerabili e il loro impiego seminò caduti. Francesco Rosi, in Uomini contro (1970), ne tramutò il nome in “corazze Fasina”, ma è stato appurato che la forma di quelle adottate nel film è simile a quella corazze Brewster in adozione all’esercito statunitense tra il 1916 e il 1917. Soldati ignari le indossarono. E fu carneficina.    

[16 maggio 2020]    

«I soldati romani vincevano grazie alle corazze». Dal film Uomini contro di Francesco Rosi (1970)

Fabrizio De Andrè, La guerra di Piero (1964)  

On the road again

 

Il tecnico del suono Philip Winter, dopo aver ricevuto una cartolina da Lisbona, decide di mettersi in viaggio in auto dalla Germania verso la capitale portoghese. È il principio di Lisbon story, film di Wim Wenders del 1994. Già, il 1994. Quattro anni prima era stata stipulata la Convenzione di Schengen, progressivamente estesa alla maggior parte delle nazioni europee, che rendeva di fatto libero il passaggio tra il confine di uno Stato e un altro. Niente più frontiere. Fino a un certo punto, almeno. Philip Winter attraversa Germania, Francia, Spagna, fino a giungere in Portogallo. Nell’autoradio ascolta la meraviglia delle voci e delle lingue che cambiano. Entra a Parigi, perché il bello e lo stupore del viaggio on the road, nella tradizione del suo più affascinante cantore, Jack Kerouac, è la libertà di deviare in qualsiasi direzione, di lasciarsi andare alla fantasia – ripagata – di prendere un’uscita autostradale nota o sconosciuta, oppure di improvvisare un itinerario alternativo.

Riflette: «Niente più frontiere in Europa. Tutte le porte sono aperte e chiunque può attraversarle a suo piacimento. Ehi, qualcuno vuol vedere il mio passaporto? E andiamo, fatemi aprire il bagagliaio! Non credereste ai vostri occhi se vedeste quanto mi porto appresso (strumenti per registrare i suoni, ndr.). Era un bel po’ che non viaggiavo. Niente male. Sembra che l’Europa si sia fatta davvero molto piccola. Cambiano le lingue, la musica. Le notizie sono diverse. Ma i panorami parlano lo stesso linguaggio. Raccontano tutti le stesse storie di un vecchio continente pieno delle sue guerre e delle sue tregue. È bello guidare così senza pensare a niente. Lasciando che le vicende e i fantasmi della storia vi vengano incontro da un’epoca all’altra (…)».

L’avventura sarà il prossimo incontro, il prossimo bar, la prossima canzone, la prossima crisi. Adesso, tuttavia, Schengen, improvvisamente, è stata sospesa causa pandemia internazionale. E l’alternativa più roboante al viaggio aereo messa tra parentesi. Gli amanti del viaggio libero, da nazione a nazione, da motel a motel, magari a bordo di una vecchia Jaguar sconquassata e ridipinta, non solo rimpiangono Schengen, e pure le vecchie frontiere, come Philip Winter, ma sognano la possibilità di valicarle a piacimento, entrare in qualsiasi bar, toccare senza guanti i tasti di un bancomat, il corrimano di una scala mobile, la maniglia della porta di una stanza, il rubinetto di una doccia, quel divino alitarsi in faccia parlando del più e del meno, cabalando, smoccolando, ridendo, sognando o rimpiangendo mentre si tracanna una birra, in un posto che forse non vedremo più perché ce n’è un altro, nuovo, che ci aspetta alla prossima fermata.

[15 maggio 2020]

Da Lisbon story di Wim Wenders (1994)

On the road again dei Cannet Heat (1968)

Allacciate le cinture di sicurezza

 

Il mondo è pressoché bloccato a tempo indeterminato. Il traffico aereo è ridotto al minimo, all’essenziale, per garantire viaggi necessari. Le compagnie rischiano di scivolare sul lastrico. Tra costose e scoraggianti quarantene obbligatorie all’arrivo e divieti bilaterali degli Stati allo sbarco di passeggeri, il ritorno alla normalità appare una chimera, anche nel caso dell’allentamento dei lockdown locali e nazionali. Ammesso che l’ondata pandemica sia arginata e si tentino graduali aperture agli spostamenti internazionali di massa di persone  – direzione verso la quale si sta andando, anche perché se il disastro continua, le economie precipiterebbero verso il default – il Covid determinerà conseguenze di lungo periodo sulle possibilità di volare, sia all’interno di singoli Stati, sia da Stato a Stato. Non solo per le necessarie misure di sicurezza sanitaria – come la riduzione del numero di passeggeri sugli aeromobili, l’impiego obbligatorio di dispositivi di protezione, la rilevazione della temperatura corporea prima dell’imbarco, l’eventuale richiesta di documentazione sanitaria e documenti suppletivi, i cambiamenti nelle modalità di concessione dei visti – che si aggiungeranno a quelle entrate progressivamente in vigore dopo il fenomeno dei dirottamenti e degli attentati terroristici agli aeroporti degli anni ’70 del Novecento e la strage delle Torri Gemelle del 2001. Ma anche per il rincaro dei prezzi dei biglietti. A fine aprile 2020, Michael O’Leary, capo di Ryan Air, ha dichiarato al Financial Times che, piuttosto di lasciare posti vuoti nei velivoli tra un passeggero e l’altro, abbasserà le serrande della compagnia. Se le compagnie low cost sono ad alto rischio, ne consegue che le opportunità di spostamenti aerei si contrarranno mettendo a dura prova le decisioni delle persone, debilitate dalla grande depressione ingenerata dall’emergenza epidemiologica.

 

[14 maggio 2020]      

Volare negli anni ’50 del Novecento (fonte: Dagospia, 2 maggio 2020)

Non tutti i cigni sono bianchi. Gödel, Heisemberg e Tarski

 

Alquanto frettolosa è apparsa la schedatura del virus Sar-CoV-2 nel novero della zoonosi, ossia della trasmissione dalla società animale a quella umana. Tutti quelli che hanno continuato a porsi interrogativi sull’origine del virus e sulle sue dinamiche di diffusione, sono stati immantinente etichettati come complottisti. Ma quale complottismo? La ricerca della verità è un processo delicato e, quantunque riviste considerate autorevoli come Nature e Science abbiano pubblicato risultati di ricerche che depongono a favore della zoonosi, che significa? Non si possono svolgere altre ricerche? Il Nobel 2008 per la Medicina, Luc Montagnier, è stato subissato da un’ondata di riprovazione da molti rappresentanti della comunità scientifica internazionale.

Egli ha ventilato l’ipotesi che il virus sia stato prodotto in laboratorio con tratti di sequenze che parrebbero essere di quello dell’Hiv, forse nel tentativo di produrre un vaccino contro la sindrome dell’immunodeficienza acquisita. Supposizione errata? Va bene. Ma perché tanto accanimento nei confronti di chi si pone domande che, vabbè, forse non avranno mai alcuna risposta, come ci si rassegna a dire dovunque, in un ufficio postale o in un bar di fortuna? In ogni caso ammoniscono i teoremi di tre grandi scienziati ed epistemologi: Kurt Friedrich Gödel, Alfred Tarski, Werner Karl Heisemberg. Essi mettono in guardia circa le assolutizzazioni scientifiche, che rischiano di assurgere a comoda ideologia.

Siano benedetti coloro che si avvalgono del principio del dubbio, non sono conformisti e non hanno remore. Una delle questioni cruciali dell’epistemologia è quella dell’induzione: se tutti i cigni che abbiamo visto finora sono bianchi, possiamo decidere che tutti i cigni siano bianchi?       

 

TEOREMA DELL’INDEFINIBILITÀ DI TARSKI (VARSAVIA, 14 GENNAIO 1902-BERKELEY, 26 OTTOBRE 1983)

 

«La verità aritmetica non può essere definita all'interno dell’aritmetica».

 

TEOREMI DELL’INCOMPLETEZZA DI GÖDEL (KURT FRIEDRICH GÖDEL, BRNO 28 APRILE 1906, PRINCETON 14 GENNAIO 1978)

 

1. «In ogni formalizzazione coerente della matematica che sia sufficientemente potente da poter assiomatizzare la teoria elementare dei numeri naturali – vale a dire, sufficientemente potente da definire la struttura dei numeri naturali dotati delle operazioni di somma e prodotto – è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all'interno dello stesso sistema».

 

2. «Nessun sistema, che sia abbastanza coerente ed espressivo da contenere l'aritmetica, può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza».

 

PRINCIPIO DI INDETERMINAZIONE DI HEISEMBERG (WERNER KARL HEISEMBERG, WÜRZBURG 5 DICEMBRE 1901, MONACO DI BAVIERA 1° FEBBRAIO 1976)

 

«Nell’ambito della realtà le cui condizioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all'interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso».

[12 maggio 2020]

Tarski

Gödel

Heisemberg

Un cigno nero

Non disturbate Spot, il cane-robot

 

A Singapore, nel parco Bishan-Ang Mo Kio, è stato reclutato un cane-robot prodotto dalla Boston Dynamics, peraltro già da tempo impegnato in altri fronti di servizio. A “Spot”, così simpaticamente è stato chiamato l’automa, è stato affidato il compito di vigilare sul rispetto delle regole di distanziamento anti-Covid tra i frequentatori del luogo verde. È tassativo non disturbarlo durante le operazioni di controllo. Non necessita di carezze, smancerie o biscottini. Risponde solo ai comandi dei suoi programmatori.

[10 maggio 2020]

Mutuo aiuto tra cani-robot della Boston Dynamics in un video di The Guardian

«Son tutte belle le mamme del mondo»

 

Ci fu un tempo in cui, nei reparti degli ospedali, nelle stanze dei degenti, suore vestite di bianco erano una presenza attesa e confortante. Poi, verso la fine degli anni Settanta del ‘900, si sono viste sempre meno fino a scomparire dai nosocomi, quasi senza che nessuno se ne accorgesse. Poi, come sempre accade come quando da un po’ non incontri più qualcuno, se ne avvertì il vuoto della loro assenza. Ai bambini portavano doni con un significato. Nel 1972, a 6 anni, quando fui operato di tonsille e adenoidi, ricevetti in dono da una monaca – che chi sa quale destino avrà avuto – una madonnina in una capsula trasparente con un carillon incastrato sotto. La conservo ancora, all’interno del sottomarino. Lo caricai infinite volte quel carillon, come un gioco protettivo e incantato, come un gioco semplice, mentre gli occhi di vento di mia madre vegliavano su di me e un giorno l’avrebbero probabilmente fatto da un luogo invisibile. Non esiste rapporto più potente e primordiale come quello con la propria madre, tutta la vita è dedicata a consumare e ripristinare questo legame originario e inscindibile, anche qualora sia stato trafitto dalle spine dell’abbandono o dell’incomunicabilità.

Molte madri sono morte in solitudine, in questa tragedia che ha reso gli individui unità intoccabili isolate sotto un casco Cpap o con un tubo in gola, abbandonate nella stanza di un ospizio, costrette nella solitudine senza conforto né ossigeno nella camera da letto di una casa, circondati  dall’aura di cui sono avvolti oggetti e suppellettili. Molti figli si sono amaramente pentiti per non aver fatto di più per loro. Oggi è la loro festa. La festa di tutte le mamme del mondo. C’è chi l’ha ancora al mondo la propria madre e non la può abbracciare e forse, se non vigessero restrizioni della libertà, rinvierebbe questo momento causa altri impegni, come è nel peccato di noi tutti. Il viscerale amore materno è racchiuso in questa poesia di Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre (da Poesie scelte, Guanda, 2017):

 

«È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…».

 

Le parole, le possibilità di aggettivazione vengono meno guardando la scena di strazio di Maria davanti al Figlio inchiodato nella croce, nel film Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pasolini, con i volti delle genti di Matera. Maria è Susanna Maria Colussi, la madre dello scrittore. Difficilmente qualcuno potrà eguagliare o superare questa vetta artistica.

 

[10 maggio 2020]

Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. La crocifissione

Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. La strage degli innocenti

Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. La visita dei Magi a Giuseppe e Maria

Sometimes I Feel Like a Motherless Child (Odetta)

Giorgio Consolini, Son tutte belle le mamme del mondo

Le verità del dottor Destouches

 

Pulsano gli scrittori, in questa fase storica, pulsano come un muscolo cardiaco. Pulsano le pagine di Céline, indignato con Dio. Ebbe il coraggio di dirle fino alla fine certe verità, di puntare dritto verso il fondo della notte, senza risparmiare nel suo disperato cinismo.

 

Da Viaggio al termine della notte (Corbaccio, 1995), opera del 1932:

 

«È triste la gente che si corica, si vede che se ne fottono che le cose vanno come vogliono loro, si vede che non cercano mica di capire loro, il perché uno è là. Gli fa proprio lo stesso? Dormono non importa come. È tipico dei gasati, dei babbioni, dei non suscettibili, americani o no. Hanno sempre la coscienza tranquilla».

 

«Non credete mai a prima vista all’infelicità degli uomini. Chiedetegli se riescono ancora a dormire... Se sì, va tutto bene. Basta quello. Non mi sarebbe più capitato a me di dormire profondamente. Avevo perso come l’abitudine di quell’abbandono, quello che bisogna proprio avere, davvero incommensurabile per addormentarsi completamente in mezzo agli uomini. Mi ci sarebbe voluta almeno una malattia, una febbre, una catastrofe precisa perché potessi ritrovarla un po’ questa indifferenza e neutralizzare l’inquietudine che avevo e ritrovare la stolida e divina tranquillità. I soli giorni sopportabili che posso ricordarmi nel corso di tanti anni furono i pochi giorni di un’influenza con febbre alta».

 

«Si faceva la coda per andare a crepare. [...] Quelli che avevano ancora un po’ di cuore l’hanno perso. È a partire da quei mesi lì che hanno cominciato a fucilare i soldati semplici per tirargli su il morale, a drappelli interi, e che il gendarme ha cominciato a essere citato all’ordine del giorno per il modo con cui conduceva la sua piccola guerra personale, quella profonda, vera tra le vere. (…) «Ci avrebbe mandato a prendere il fuoco alla bocca dei cannoni di fronte. Collaborava con la morte».

[9 maggio 2020]

Louis Ferdinand Céline

La copertina del romanzo
Viaggio al termine della notte

«Non ci sono più le lucciole»

 

Considerate ultime di questa terra e per questo prime ad aspirare all’ingresso nel Regno dei Cieli, con le proprie colpe, la propria innocenza, proliferanti in tempi di guerra così come in tempi di crescita economica e grandi arricchimenti individuali, dopo aver perso da secoli immemori il loro ruolo sacro attribuito da società che la sapevano lunga circa il rapporto tra passioni umane e sfera del divino («Dove sono andati i tempi di una volta per Giunone, / quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?», Fabrizio De Andrè, La città vecchia), fra le lucciole – forse il termine meno etichettante e meno offensivo, tra la sfilza che presentano i dizionari, per definirle – cresce la disoccupazione causa lockdown.  

 

[9 maggio 2020]

Mina

Casa bianca

Bonuccia

Dal film Le buttane di Aurelio Grimaldi (1994). Nell’ordine, dal primo al terzo: Mina, Eclisse twist; vigilia di Natale: Casa bianca; dialogo e schermaglie tra Bonuccia e un cliente

La Lavazza con Charlie Chaplin

 

Tutta l’ingiustizia del mondo affiora con evidenza in questa fase storica perché un virus scarsamente governabile ha messo a soqquadro il pianeta. Tutti gli scheletri nell’armadio della terra scalpitano, perché lo status quo, con le sue iniquità, traballa. Se prima della pandemia gli ammonimenti restavano nelle pagine dei libri o in inascoltati proclami di sensibilizzatori, adesso il globo vacilla, prima del previsto, prima della definitiva esplosione dei limiti dello sviluppo unidirezionale. Lavazza, in uno spot, riprende, con vari tagli legati alla tempistica pubblicitaria, il celebre discorso di Charlie Chaplin nel film Il grande dittatore (1946), inappuntabile, un’utopia. Messaggio sempre utile, che non dovrebbe tuttavia risolversi soltanto in una commozione o nell’acquisto di un pacchetto di caffè.

Questo è il testo integrale:    

 

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette.

 

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell'umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone.

 

Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che ci odiano io dico: non disperate! Perché l’avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore.

 

Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare si che la vita sia bella e libera.

 

Voi che potete fare di questa vita una splendida avventura. Soldati, in nome della democrazia, uniamo queste forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità ed alle donne la sicurezza. Promettendovi queste cose degli uomini sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. E non ne daranno conto a nessuno. Forse i dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo.

 

Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia, siate tutti uniti!». 

[9 maggio 2020]

Dal film Il grande dittatore di Charlie Chaplin (1946) 

Lo spot Lavazza

Clarlie Chaplin in Tempi moderni (1936) 

Funerale in streaming

 

«A Castagnaro funerale in streaming seguito da 500 persone» (locandina L’Arena di Verona). Dato il divieto di cortei funebri, la tecnologia sopperisce alla partecipazione alle esequie. Togli una possibilità, ma ne crei un’altra. Attraverso questo strumento, anche in periodi ordinari, possono seguire il rito anche persone lontane che altrimenti non avrebbero la possibilità di raggiungere fisicamente il luogo di celebrazione.

 

[8 maggio 2020]

Gabellieri, broccoli e zucchine

 

Tg1 delle 20: «Verso il rinvio di pagamenti e scadenze fiscali al 16 settembre». «Rincari 80 per cento per zucchine e broccoli». 

 

[7 maggio 2020]

Zucchero e la medusa Bettina

 

«La voce di Zucchero (Fornaciari, ndr.) ha invaso calli e canali» (Tg1, 4 maggio). Il Telegiornale della Prima Rete si riferisce all’esibizione del folk-singer emiliano in piazza San Marco a Venezia, completamente vuota, esatto opposto dello scenario creatosi durante il noto concerto dei Pink Floyd del 15 luglio 1989, quando la città fu devastata. La medusa Bettina, incredula per l’insolito silenzio e il temporaneo sonno dei motori dei natanti, stava ondeggiando in un canale del centro storico, con la meraviglia dei suoi pizzi e un’eleganza indiscutibilmente superiore anche a un’attrice del cinema muto. Ha fatto sapere, in un comunicato, del suo malumore circa «l’invasione della voce di Zucchero su calli e canali».

 

[4 maggio 2020]

La medusa Bettina durante il lockdown a Venezia

Pink Floyd, Concerto a Venezia del 15 luglio 1989. The great gig in the sky

Stati Uniti e Vietnam

 

Al 27 aprile 2020, i decessi ufficiali per Covid negli Stati Uniti, primo Paese al mondo per mortalità del virus a questa data, hanno raggiunto quota 65.133, superando ampiamente, in poco più di un mese, i 58.226 caduti e dispersi statunitensi nella guerra del Vietnam, che durò 20 anni (1955-1975). Il Vietnam subì, in questo conflitto, secondo dati resi noti nel 1995, un milione di morti tra i soldati e 4 milioni tra i civili. Alla data del 27 aprile 2020, nessun decesso per Covid ufficialmente dichiarato in Vietnam.

[4 maggio 2020]

Il cacciatore (M. Cimino, 1978). Michael non uccide il cervo

Il cacciatore. Scena della roulette russa. Nick muore.

Il cacciatore. Michael torna da Linda. Lui e Nike ne sono entrambi innamorati.

Taxi driver

 

Conobbi il professor Kenneth J. Campbell, del dipartimento di Scienze politiche e Relazioni internazionali dell’università del Delaware, a Newark,  Stati Uniti, nella primavera del 1997. Newark si trova nello Stato del Delaware, uno di quelli dove è in vigore la pena di morte. Kenneth è un veterano del Vietnam e quando lo incontrai mi mostrò un album con le foto di quell’esperienza militare. Gli chiesi: «Qual è il film che meglio rappresenta la guerra del Vietnam? Il cacciatore?». «No –rispose – Taxi driver».

Taxi driver (1976), film diretto da Martin Scorsese e uscito l’anno dopo della fine della guerra del Vietnam, racconta la storia del marine Travis Bickle (Robert De Niro), congedato nel 1973 e diventato tassista notturno a New York causa insonnia. Come tanti reduci del conflitto, passa le giornate davanti al televisore e scrive un diario. Trascorre le sere nei cinema a luci rosse. Conosce Betsy, impiegata nello staff del senatore di New York Charles Palantine, candidato alle presidenziali, che promette grandi miglioramenti della società. Una notte Palantine è cliente casuale del suo taxi e Travis gli chiede cosa farà per cambiare, e il politico lo ascolta, dandogli una risposta retorica, solo per profittare di ottenere la sua preferenza in fase di voto. Riesce a invitare fuori Betsy, e la porta maldestramente, ma con alienata innocenza, in un cinema pornografico. Lei lo abbandona disgustata. Nel corso di un’altra notte, sul suo taxi sale una prostituta adolescente (13 anni), Iris (Jodie Foster), in fuga dal suo magnaccia (Harvey Keitel), e prova rabbia per il degrado della metropoli.

Straniero (nel senso di Camus), esiliato da una realtà violenta e omologata, che rende gli individui infelici e passivi, si rende conto della falsità delle promesse di Palantine e, allenandosi all’impiego di quelle armi da guerra che già conosce, ritorna soldato e tenta di assassinarlo. Senza riuscirci. Allora decide di far giustizia da solo e, in uno squallido albergo a ore, uccide lo sfruttatore Sport, un ebreo mafioso e l’affittacamere. Da potenziale ergastolano (per il tentativo di omicidio di Palatine) diventa un pubblico eroe. Nel finale rivede Betsy, che sembra capirlo. Ma tutto resta com’è. Non gli fa pagare la corsa in taxi. Robert De Niro, per immergersi nell’atmosfera del film, si esercitò a fare il tassista per 6 mesi. Non era nuovo a esperienze di questo tipo. Per interpretare la figura del pugile nato nel Bronx Jack La Motta in Toro Scatenato (1980), ancora di Scorsese, ingrassò volutamente di 30 chili.

 

[4 maggio 2020]

Kenneth J. Campbell

Il tassista Travis incontra Palantine

Robert De Niro: «Ma dici a me?». «Ma con chi credi di parlare?»

Il finale di Taxi driver

«29 giugno. Adesso devo rimettermi in forma. (…) Lontano dai nemici del mio corpo»

Totalitarismo tecnocratico o ingovernabile democrazia?

 

In Cina il controllo dello Stato sugli individui assume livelli visti come intollerabili, con l’occhio occidentale, con ampio ausilio dell’hi-tech. E non solo per affrontare l’emergenza Covid. Lo si potrebbe definire totalitarismo tecnocratico. La Repubblica Popolare ha congegnato un sistema chiamato del “credito sociale” che, attraverso varie forme di vigilanza, stabilisce se un cittadino può rimanere di serie A o essere relegato nella categoria degli indesiderabili. A ogni azione sbagliata, ad esempio abbandonare un rifiuto sul marciapiedi, corrisponde una perdita di crediti. Esauriti questi ultimi, si viene esposti alla pubblica gogna, con tanto di foto nei pannelli digitali di stazioni e piazze. Questioni di privacy, nell’utilizzo delle app per il controllo degli spostamenti degli individui, del loro stato di salute e di varie altre essenziali azioni quotidiane, non sono contemplate, perché tutto deve essere asservito al funzionamento senza intoppi di un sistema sociale e della sua economia, la quale manifesta sovente modus operandi dubbi e asimmetrici rispetto a standard etici universali, come l’imitazione e il mancato rispetto delle regole internazionali sui brevetti.

L’Italia osserva la pragmatica del Dragone, la sua reazione operativa di fronte alla proliferazione del virus. La comunità cinese di Prato, ancor prima delle disposizioni del Governo italiano, ha seguito il sistema cinese, decidendo metodiche di auto-quarantena volontaria e ottenendo efficaci risultati. È invece consuetudine di buona parte degli italiani, oltre a quella di stracciarsi le vesti per un fronte politico piuttosto che per un altro durante le campagne elettorali, facendone più una questione di orgoglio personale che di reale convinzione, vagheggiare nostalgie di poteri forti e antiquate ideologie, nelle chiacchiere al bar, davanti all’irrinunciabile tazzina. Salvo poi diventare insofferenti anche di fronte a obblighi di evidente necessità, come l’utilizzo delle mascherine protettive. Tutti anarchici per natura, in fondo, con simulacri di ideali comunitari solo fino al punto che sta a loro comodo, ma anche un gregge – con pecore che subiscono e altre che prevaricano – abituato e costretto a convivere con un’ingovernabile e caotica pseudo-democrazia, ormai in deriva neo-liberista, di cui sono figli conniventi.

 

[4 maggio 2020]

«Amici per sempre»


TITTA DI GIROLAMO (Toni Servillo): «Ti ricordi di Dino Giuffrè, il nostro vicino di casa?».
VALERIO DI GIROLAMO (Adriano Giannini). «Certo che me lo ricordo».
«Eravate amici da piccoli, no?».
«È il mio migliore amico».
«Ma perché, lo vedi ancora?».
«No, non lo vedo, non lo sento da 20 anni».
«Beh, allora è un po’ arduo definirlo il proprio migliore amico, no?».
«E invece lo è».
«Ho capito, è il tuo amico immaginario. Come ce l’hanno i bambini. È quello a cui dici tutte le cose che non dici a me. Le dici nella tua testa».
«Dino Giuffrè è il mio miglior amico e basta. Quando si è stati amici una volta, lo si è per tutta la vita».

 

Dal film di Paolo Sorrentino, Le conseguenze dell’amore (2005)

 

[3 maggio 2020]

Una scena del film 

L’agente Palmer si prepara il caffè

 

C’è chi senza l’espresso del bar non può iniziare la propria giornata. In periodo di lockdown ci siamo accorti dell’importanza di un oggetto chiamato moka per sopperire alla mancanza di questo rito. Harry Palmer (interpretato da Michael Caine), agente del controspionaggio britannico, l’anti-Bond per eccellenza, per via degli occhiali e dell’atteggiamento minimalista, non ha né napoletana né macchinetta per l’espresso. Ma appena alzato dal letto, minuziosamente alle prese con i marchingegni tipicamente anglosassoni per la macinazione dei chicchi, la bollitura dell’acqua e la pressatura, insegna e incoraggia, nella scena iniziale di Ipcress, film del 1965, con indimenticabile accompagnamento della musica di John Barry.   

[3 maggio 2020]

Scena iniziale di Ipcress

Tam tam ironico su What’s App. Con la moka si risparmia, ma i bar vanno in sofferenza 

Se i nostri affetti sono stabili lo decide lo Stato

 

L’articolo 1 del Dpcm del 26 aprile 2020 consente, dal 4 maggio 2020, un attenuamento delle misure di isolamento sociale imposte alla metà di marzo. Ossia si potrà lasciare la propria abitazione per far visita a parenti e congiunti. Nell’ordinamento giuridico, la definizione di «congiunto» non esiste. Se ne fa menzione, come osserva il manifesto del 28 aprile 2020 (articolo di Massimo Villone), soltanto nell’art. 307 del Codice Penale. Andiamo a vedere l’articolo 307 del C. P., il cui oggetto è «l’assistenza ai partecipi di cospirazione di banda armata». «Agli effetti della legge penale – si legge – si intendono per “prossimi congiunti” gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti». Dopo l’ondata di richieste di chiarimenti, il 29 aprile il Tg2 della sera dice: «Dal 4 maggio sarà possibile far visita ai parenti, ma anche ai fidanzati e agli affetti stabili – riferisce Palazzo Chigi».

E quali sono gli affetti stabili? Anche gli amici? Nuova precisazione di Palazzo Chigi del 2 maggio: «Niente amici». Ma gli amici non possono essere affetti stabili? C’è anche chi per affetto stabile ha un solo amico o amica. Fatto esclusivamente privato è se l’amico o l’amica siano anche amanti occasionali. Gli innamorati sul primo nascere, come Paola Agnelli e Michele D’Alpaos, falling in love guardandosi dalla finestra di due opposti palazzi in Borgo Santa Croce a Verona, durante la Fase 1 del lockdown (L’Arena di Verona, 4 aprile 2020), dovranno pertanto rinviare ancora il loro primo bacio.

La materia relativa alla stabilità e stabilità degli affetti è di competenza degli individui, fino a prova contraria. E contempla, tanto per dirne una, anche la necessità di un incontro per confermare la stabilità o l’instabilità di un rapporto, che può essere con un amico/a o un fidanzato/a. La condizione sociale degli individui è complessa e presenta variegate casistiche. Uno, per contrastare la propria solitudine o soddisfare la sua necessità di incontri, normalmente si orienta come crede. Sarà anche difficile invitare il gendarme di turno a seguirci per presentargli in nostro affetto stabile o instabile di quel momento. I rischi sono due. O una salata contravvenzione. Oppure la possibilità che anche il gendarme, per chi vede la socievolezza come creatività, entri a casa dell’affetto stabile o instabile e accetti un caffè, diventando pure lui un amico, senza interessi, anche solo per un momento. Con il rispetto delle distanze di sicurezza.

 

[3 maggio 2020]

Un'immagine dal film Pane e tulipani, di Silvio Soldini (2000)

Gli habitué della secretazione

 

Petrolio (Rai 2) dà notizia della secretazione di alcuni documenti del Comitato tecnico-scientifico istituito per affrontare l’emergenza Covid. Nulla di nuovo sotto questo cielo. A distanza di oltre 40 anni dall’omicidio di Aldo Moro, il mistero più fitto della Prima Repubblica, anche l’ultima commissione Fioroni continua a mantenere segreti alcuni atti. Una imperscrutabile ragion di Stato, che si risolve nella conservazione di fatti nella memoria di pochi, prevale.

 

[2 maggio 2020]

Aldo Moro    

Il prodigio di San Gennaro

 

Alle 19 e 04 il prodigio di San Gennaro si è manifestato. Quando il cardinal Crescenzio Sepe, nel duomo di Napoli, ha esposto le due ampolle che contengono il sangue di Gennaro, vescovo martire (nato a Benevento o Napoli il 21 aprile 272 e morto a Pozzuoli il 19 settembre 305), il sangue ha dato evidenze di liquefazione. La cattedrale di Santa Maria Assunta, eccezionalmente vuota per lo stato di emergenza Covid, in realtà era piena di occhi che seguivano la diretta su device a distanza. Chi ha fede o semplicemente immaginazione può pensare che tra questi ci fossero anche quelli, misericordiosi, di San Gennaro, che certamente rifugge da ogni idolatria ed è vicino con il suo cuore invisibile ai napoletani e a tutta l’umanità, ovviamente senza bisogno di dispositivi tecnologici.

[2 maggio 2020]   

Il cardinal Crescenzio Sepe con le ampolle contenenti il sangue di San Gennaro

Fino alla fine del mondo

 

Fu il più clamoroso road movie di Wim Wenders, regista tedesco già consacrato in particolare per due capolavori come Paris Texas (1984) e Il cielo sopra Berlino (1987). Fino alla fine del mondo uscì nel 1991 e fu realizzato con un cospicuo budget. Si trattava anche di un film di fantascienza, ambientato nel 1999, un anno che ormai appartiene a un’altra epoca storica. Questo il suo incipit, su una terra desertificata e vista dall’alto, con canti di bimbi pigmei in sottofondo: «Il 1999 fu l’anno in cui il satellite indiano impazzì. Nessuno sapeva dove sarebbe potuto cadere. Si librava appena al disopra dello strato dell’ozono, come un micidiale uccello rapace. Il mondo intero era in allarme. Ma Claire in quel periodo viveva un suo incubo privato. Sognava tutte le notti di sollevarsi in un volo silenzioso, su una terra sconosciuta. Al principio la sensazione di volo era piacevole, ma poi diventava una sensazione di caduta e successivamente di panico. E si svegliava di soprassalto. Nell’autunno del 1999 a Claire Tourneur capitava di svegliarsi in strani posti…».

Il primo posto nel quale si svegliava Claire era Venezia. In una festa stravagante. Quella Venezia oggi svuotata dal lockdown. Da qui il viaggio e la storia del film. Il tema del ricongiungimento familiare, caro al regista, come in Alice nelle città (1974) e Paris Texas, è sempre in primo piano. La tecnologia a uso personale si trasforma in irreversibile schiavitù, tanto che i protagonisti diventano succubi della propria ricerca di se stessi, potendo vedere le immagini dei propri sogni nei dispositivi portatili, religiosamente attoniti davanti a queste visioni misteriche e rischiando l’impazzimento. Indovinò molto, Wenders, di un futuro collocato nel 1999 e con lo scenario di un possibile cambiamento innescato da un evento catartico, che fu la minaccia di un satellite fuori controllo. Quell’evento-limite si sarebbe scatenato nel 2020, causato da un’epidemia planetaria. «Dove vai?» chiese una notte un venditore di hamburger a Bologna a una lucciola. Lei rispose: «Alla fine del mondo».

[2 maggio 2020]

Claire Tourneur lascia Venezia diretta a Parigi tra gli ingorghi del traffico di automobilisti in fuga (Wim Wenders, Bis ans Ende der Welt)

Trailer in inglese del film

Wim Wenders, Fino alla fine del mondo. Incipit

Costrizione e libertà

 

«Un conto è essere liberi di lavorare, un altro è quello di essere costretti. Per sopravvivere» (papa Francesco I)

 

[1° maggio 2020]

Alex Zanardi

 

«È un nuovo viaggio. Possiamo affrontarlo» (Alex Zanardi, spot Bmw)

 

[1° maggio 2020]

Mondine

 

«Se otto ore / vi sembran poche / provate voi a lavorar» (canto delle mondine)

 

[1° maggio 2020]

Consapevolezza

 

«Il coronavirus ci ha ricordato che la morte fa parte della vita. Essere consapevoli vuol dire essere migliori» (Camillo Ruini, cardinale, nato a Sassuolo il 19 maggio 1931)

 

[1° maggio 2020]

Tremonti: Realpolitik, finanza e regole

 

Giulio Tremonti su Rai 2, in riferimento all’epidemia di spagnola del 1918: «Se l’esercito fosse stato messo in lockdown avrebbero vinto gli austriaci. Invece abbiamo vinto noi». «La pandemia attuale era prevedibile già nel 2009. Con il Financial Stability Board il piano è stato affossato. La moneta stampata non è servita a niente. Ci vogliono regole sull’economia».

 

[1° maggio 2020]

Dimissioni nell’amministrazione carceraria

 

Francesco Basentini, capo dell’Amministrazione Penitenziaria, ha rassegnato le proprie dimissioni.

 

[1° maggio 2020]

Olfatto e gusto

 

Nella terminologia medica è definita anosmia. Ossia perdita della percezione di gusto e olfatto. È un altro dei frequenti sintomi classificati del Covid. La televisione ne ha parlato molto. Forse medici e infettivologi lo davano per scontato. Ma perché non dire che l’anosmia è anche l’effetto più comune del raffreddore, un altro coronavirus che forse, in tempi primordiali, fu anch’esso uno spauracchio e poi fu assorbito nell’immunità di gregge fino a diventare una fenomenologia domestica, quasi di costume? Forse per non confondere le idee. In ogni caso, la perdita di gusto e olfatto è un grave handicap, che abbassa la qualità della vita, oltre alle possibilità di difendersi, essendo in primis l’olfatto, uno dei sensi che aiuta l’orientamento istintivo. Cani e gatti, ad esempio, la sanno lunga su questo. Ma cosa sarebbe un caffè o un calice di vino senza le sensazioni di naso e palato? La privazione di questi sensi creerebbe disoccupazione innanzitutto tra i sommelier.

 

[30 aprile 2020]  

Decimazione di massa dei lavoratori “irregolari”

 

Scrive Marco Bascetta su il manifesto di oggi: «Patria e Famiglia. Per dio bisognerà attendere, i vescovi con le messe non l’hanno spuntata. Ma nella sua infinita misericordia Lui non dovrebbe prendersela a male. Salvini invece sì. (…) L’amor di patria, dello stucchevole e timoroso discorso del premier Conte, in assenza di eventi bellici si esprime nel lavoro. Non di tutti naturalmente, ma di quelli impiegati nelle imprese che una guerra, quella commerciale, sono comunque tenuti a combatterla e di quanti operano nelle loro retrovie. Per i lavoratori “voluttuari” e gli “irregolari”, dal nero alle varie sfumature di grigio, continua la decimazione di massa con qualche opera di carità che tarda ad arrivare. Bisognerà aspettare i saccheggi nei supermercati perché le pur modeste promesse vengano mantenute? (…) Nel decreto patria e famiglia, la scienza entra assai poco, molto l’ideologia e gli interessi economici dominanti. Quanti battevano le mani per il trionfale ritorno dello Stato sono serviti. Le sue funzioni prevalenti rimangono i controllo e la precettazione alle quali ora si aggiunge una declinazione della sicurezza in chiave di morale dei costumi».

 

[28 aprile 2020]

Storia di Cristina e Claudio

 

Cristina. Cristina Longhini. Di professione farmacista, a Milano. Ma originaria di Bergamo. Adorava suo padre, Claudio Alessandro, che «tutti chiamavano Claudio». Aveva 65 anni, era appena andato in pensione, dopo 40 anni di lavoro come rappresentante di un’azienda. Ai primi di marzo, nella sua abitazione in centro a Bergamo, ha iniziato ad accusare inappetenza, dissenteria, vomito, febbre a 37 e 4. Sintomi che il medico di base scambiava, scazzando la diagnosi, per una comune influenza, prescrivendo inutili antibiotici e fermenti lattici. Rifiutando di andare a visitarlo.

L’uomo si aggravava. «Chicchy, non mi sento bene» diceva. Il medico insisteva con l’antibiotico. Il signor Claudio peggiorava visibilmente di giorno in giorno, perdeva peso. La moglie Catia sospettava: «Questo è Covid». Poi la ricerca di un altro medico. Trovato a Brescia. È andato a visitare Claudio. Aveva un livello di ossigenazione nel sangue di 65, quando con 80 si va verso l’intubazione. Il trafelato ricovero all’ospedale di Bergamo. Le notizie frammentarie. Lo mettono sotto un casco Cpap per la ventilazione polmonare. Riferiscono che in terapia intensiva non c’è posto. Chiedono a Cristina di cercarlo lei un ospedale con un posto in terapia intensiva disponibile. Telefonate disperate, anche in Regione Lombardia. Niente. Poi la triste notizia, il giorno di San Giuseppe, 19 marzo 2020, che avrebbe dovuto essere un giorno felice, la festa del papà.

Avevano tentato inutilmente l’intubazione. Il signor Claudio non ce l’aveva fatta. Cristina deve recarsi alla camera mortuaria, dove arriva alle 10. La salma non c’è ancora. Giunge alle 14. Deve riconoscerla. Mai avrebbe pensato a una situazione del genere. Trova le spoglie in condizioni pietose. Le restituiscono il borsone di papà. E un sacchetto di nylon con i suoi effetti personali. Un sacchetto nero dei rifiuti, che contiene il pigiama e la maglietta intima, con una grande macchia di sangue corrispondente alla regione dorsale. Lo tiene nel baule dell’auto per 15 giorni, senza trovare il coraggio di aprirlo. Deve cercare un’agenzia di pompe funebri. Quelle di Bergamo sono tutte indisponibili e minacciano anche sciopero.

Ne trova una a Milano. L’agenzia Selmi. Il cimitero di Bergamo è al limite del collasso. La ricerca di un servizio funerario, finalmente con esito affermativo, a Milano. Poi giorni senza sapere il destino della salma, trasferita a Ferrara e lì cremata. Il conto delle spese di cremazione, tuttavia, arriva subito. 563 euro. A Padova lo stesso servizio costa 240. Chi sa perché. Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che aveva chiesto scusa per aver detto «Bergamo non si ferma» e fatto installare per 40 giorni una ruota panoramica in città per festeggiare la sua vittoria elettorale, tace. E c’è mancato poco che i famigliari delle vittime dovessero pagare anche le spese di trasporto militare. Cristina guarda quella foto. La foto delle sue nozze, a braccetto con papà Claudio, che il Covid le ha brutalmente rubato.

 

[28 aprile 2020]

Cristina Longhini, nel giorno delle nozze,
con il papà Claudio

Intervista di Roberto Faben a Cristina Longhini – La Verità, 28 aprile 2020 – La storia è stata ripresa da Dagospia e da vari media stranieri

Dagospia

Un estratto dell'articolo su El Pais del 31 maggio 2020, «Viaje al minuto 1 de la pandemia en Europa» di Daniel Verde 

Il servizio del network messicano Noticiero televisa

«Vescovi, dove eravate?»

 

In un post su Facebook, Fabrizio Venturini, giornalista, cattolico, per molti anni reporter al Messaggero, ha scritto: «I vescovi della Cei (la Conferenza episcopale italiana, ndr.) che hanno protestato per la prosecuzione del divieto di andare a messa la domenica e nelle feste comandate – ai fini della prevenzione epidemiologica, perché in chiesa non si determinino assembramenti nei quali notoriamente il virus gode, si riproduce e si diffonde –, non ricordano bene il Vangelo: Marco 2.23-28. “Ma il Sabato è stato fatto per l’uomo - disse il Maestro - e non l’uomo per il Sabato”. San Paolo, nella Lettera ai Corinzi, tornò sul tema scottante – e molto caro anche a Papa Francesco – dei formalismi religiosi che spesso rischiano di sostituire la religione, con adempimenti rituali, divieti, o rigidi schemi comportamentali. “Gesù è il Signore anche del Sabato – scrive l’Apostolo delle Genti – perché solo Lui è in grado di dargli la giusta Verità, quella Verità che il Padre suo gli aveva conferito, ma che il cuore impuro degli scribi aveva ridotto a menzogna, a falsità e ad inganno. Lui è il solo Signore della Verità del Padre, perché Lui è la Verità. Lo è per natura, santità, partecipazione e dono dello Spirito Santo. Essendo Lui la Verità divina ed umana, eterna e storica, Lui solo può dirci quello che è giusto e quel che è ingiusto. Ed amare di sabato non sarà mai ingiusto. Ed essere compassionevole di sabato sempre si può. E manifestare tutta la divina carità a chi è nella sofferenza è e sarà sempre consentito. Come Dio ama sempre e non c’è riposo dall’amore, così è pure per l’uomo. Mai questi si deve riposare dall’amare. Se si riposa è già caduto dall’amore. E si è posto così fuori della Verità del suo Dio che è purissimo amore eterno senza riposo. Dio si riposa dal lavoro, ma mai dall’amare l’uomo!”. Quanto alla Cei. A me risulta un organo legislativo e amministrativo, che non avrebbe neppure dovuto sollevare il problema della reale (o solo presunta) lesione della libertà di culto. Soprattutto da quando c’è il televisore e poi, anche le nuove tecnologie telematiche, la Santa Messa si segue pure da remoto e – com’è noto a noi cattolici – anche e addirittura il santo sacramento dell’Eucarestia si può somministrare e quindi assumere davanti alla tivù. I Vescovi della Cei si sono mai battuti per benedire i cadaveri di quelle migliaia di vecchietti morti soli e sepolti per il Covid 19, senza sacramenti e senza nemmeno una messa funebre collettiva? Sono mai andati a trovarli nelle corsie degli ospedali? E hanno portato nei reparti di terapia intensiva la consolazione della Parola di Dio a quelle deboli vittime innocenti e crocifisse?».

[27 aprile 2020]

Don Abbondio, interpretato da Alberto Sordi nella serie televisiva I promessi sposi,
con regia di Salvatore Nocita (1989)

La manutenzione dei ponti e degli affetti

 

Titolo del Tg1 del 27 aprile: «L’Italia ha bisogno di manutenzione». Si riferisce alla manutenzione delle opere pubbliche. Anche gli affetti ne hanno bisogno (ricordando il titolo del fortunato libro di Antonio Pascale, edito da Einaudi nel 2003). Ed è tutto un programma. 

 

[27 aprile 2020]

Persone attraverso il vetro

 

Immagini dalla tivù francese. Riprendono le figlie della signora Marie-Louise, reclusa in una casa di riposo. Non possono entrare nell’ospizio, per il pericolo di contagio. L’istituto ha predisposto un vetro, come in certi penitenziari. Possono vedersi, avvicinare le loro mani con l’illusione che si sfiorino e si stringano, se non ci fosse quella barriera trasparente. Le mani di Marie-Louise e quelle delle figlie sono lì, a mezzo centimetro di distanza, ma avvertono solo il contatto con un vetro freddo. «La stretta di un corpo sarebbe la vita» scrisse Cesare Pavese. Anche prima del virus c’erano carceri, reali o immaginarie. Ora il virus le ha esponenzialmente moltiplicate.

 

[27 aprile 2020]

Ingmar Bergman, Persona (1966)    

Come cambia la pubblicità

 

Automobili, pizza surgelata, acqua minerale, divani, carta igienica, macchine fai-da-te per fare formaggi in casa. Anche la pubblicità sta prendendo atto dei cambiamenti nel nostro modo di vivere in seguito alla pandemia. Era inevitabile. Gli strateghi dell’advertising hanno subito colto che i lockdown collettivi ingenerano modificazioni negli stili di consumo, soggetti alla cappa delle limitazioni di libertà individuale. Acquisti di farine, lieviti e uova hanno registrato un’impennata, tanto che i clienti dei supermercati hanno spesso trovato vuoti gli scaffali che abitualmente abbondano di queste referenze. «Restiamo a casa, certo, ma più attivi che mai» è il claim di Poltronesofà, azienda di Valsamoggia (Bologna). Il divano, infatti, non è solo luogo di relax, ma anche di creatività. Stupenda è l’animazione creata per la carta igienica Foxy, marchio delle Industrie Cartarie Tronchetti, con sede a Borgo a Mozzano (Lucca), che sostengono l’Unicef. Prepariamoci a vedere nuovi spot durante la lunga fase di navigazione a vista che ci auspichiamo porti all’addomesticamento e alla sconfitta del virus del Terzo Millennio.  

 

[27 aprile 2020]

Lo spot di Foxy

Aggrappatevi

 

In un video su Facebook, Lorenzo Marolo, di grappa Marolo, azienda fondata nel 1977 ad Alba (Cuneo), proponendo la degustazione di una grappa di Barolo, consiglia: «Aggrappatevi tantissimo in questi giorni, che io mi aggrapperò alla botte».

 

[25 aprile 2020]

«Svegliatevi bambine»

 

L’enfasi di Francesco Giorgino al Tg1 delle 20 nello scandire i titoli di apertura: «Più uniti verso una nuova primavera».

 

[25 aprile 2020]

Splatter Trump

 

Il presidente Usa Donald Trump talvolta parla senza cognizione di causa. Com’è possibile annunciare pubblicamente l’ipotesi di iniezioni di disinfettanti o il trattamento ai raggi ultravioletti di malati Covid, suscitando l’evidente inorridita reazione del suo entourage? Appare persino strano che un uomo di tale sensibilità abbia avuto la delicatezza di togliere all’Italia i pesanti dazi sul Parmigiano Reggiano, disposti nel 2019 per favorire commercialmente i formaggi a grana dura del Wisconsin.       

 

[25 aprile 2020]

Morfina

 

Riferisce al Tg2 un testimone, prorompendo in lacrime. Una donna anziana, degente di una casa di riposo, «gridava perché gli facessero la morfina». È accaduto a Sezzadio, nella provincia di Alessandra. Cambiando una zeta in enne risulta «Senzadio».

 

[24 aprile 2020]

Cambiare pianeta

 

«Non voglio cambiare pianeta» dice Jovanotti. Non è il solo.

 

[23 aprile 2020]

Memoria volata in un possibile Aldilà

 

«Metà dei morti per Covid in Europa nelle case di riposo» (Tg1 delle 20)

 

[23 aprile 2020]

L’incertezza degli anticorpi

 

«Gli anticorpi mi dicono se ho combattuto col il virus. Non mi dicono però se lo potrò riprendere» (dichiarazione di un medico al Tg2 delle 20,30)

 

[23 aprile 2020]

Caserme

 

Si parla molto di ospedali e case di riposo. Perché non si sa nulla dei militari infettati nelle caserme?

 

[24 aprile 2020]

«Ci vediamo il 4 maggio». «Il momento di vedere i poveri»

 

Una selezione di titoli da alcuni quotidiani di oggi. «Ci vediamo il 4 maggio. Potremo andare a casa di amici e parenti dentro la regione. Verso il via libera allo sport all’aperto e ai giochi nei parchi». Bologna. Suore decimate. «Lottiamo col virus, ce la faremo» (Il Resto del Carlino). «La terza età solo a casa? Questa sì è una malattia». Bar e ristoranti riaprono il 18 maggio» (La Gazzetta del mezzogiorno). «Test e medici e sintomatici al via oggi dalla Val Seriana» (L’Eco di Bergamo). «Senza mascherina picchiano i vigili (L’Arena di Verona). «10 milioni a rischio povertà» (La Repubblica). «Gli aiuti europei solo a giugno» (Milano Finanza). «Mutui prima casa congelabili» (Italia Oggi). «Il momento di vedere i poveri» (L’Osservatore Romano). «Social distancing in place for rest of 2020» - «Distanziamento sociale per tutto il 2020» (The Independent, Gran Bretagna). «Heart attack vittims wait 2 hours for ambulance» - «Due ore di attesa dell’ambulanza per persone colpite da infarto» (Daily Mail, Gran Bretagna). «Estado de alarma, estado de inoperancia». «Stato d‘allarme, stato d’inutilità» (ABC, Spagna).

 

[23 aprile 2020]

Fotoreportage del New York Times

 

Il New York Times ha chiesto ad alcuni fotografi di documentare la quarantena collettiva negli States conseguente alla diffusione del virus. Una foto di Brittainy Newman da New York mostra le paranoie che originano dalla paura della contaminazione domestica. Un’altra di Emily Kask da New Orleans può ricordare Ferdinando Scianna dalla Sicilia.   

[23 aprile 2020]

© The New York Times

Valvole per respiratori Ferrari

 

Dal 14 marzo 2020 gli stabilimenti Ferrari di Modena e Maranello hanno fermato la produzione. Tra il 40 e il 50 per cento dei circa 4mila dipendenti opera in smart working. La riapertura è prevista il 3 maggio 2020. La sola attività produttiva che procede è quella delle valvole per respiratori polmonari, nel reparto “Costruzioni Sperimentali”, dove si costruiscono i prototipi delle vetture. «Ci avvaliamo della tecnologia di manifattura additiva» spiega Michele Antoniazzi, responsabile delle risorse umane del Cavallino. «Non sono stati necessari particolari adattamenti degli impianti – aggiunge –. La produzione di questi componenti è stata avviata nei giorni scorsi e ha già raggiunto diverse centinaia di unità. Siamo pronti a continuare finché gli ospedali italiani ne faranno richiesta, in base alla situazione sanitaria del Paese». Niente richiesta di cassa-integrazione allo Stato. L’azienda si fa carico delle retribuzioni dei dipendenti. E predispone un piano anti-contagio per la ripartenza: screening della temperatura corporea ai portoni d’ingresso, test sierologici su base volontaria estendibili anche ai famigliari dei dipendenti, copertura assicurativa ad hoc per i contagiati, appartamenti per l’auto-isolamento con assistenza medico-infermieristica garantita, sperimentazione, sempre volontaria, dell’app “Immuni” di Bending Spoons. Rilevati alcuni casi di dipendenti con infezione asintomatica oppure con anticorpi. Fa impressione – ed è anche commovente – assistere all’applicazione del know how organizzativo di Ferrari in un’emergenza di guerra come questa. Tecnologia, rapidità, precisione maniacale per raggiungere un obiettivo, come il record di velocità di cambio pneumatici al pit-stop del Gran Premio del Brasile 2018, 1,97 secondi, poi battuto da Red Bull. L’anima del Drake vigila.   

[22 aprile 2020]

Valvole respiratori Ferrari

Test sierologici in Ferrari

Consegna mascherine all'ingresso

Personale hall Ferrari

(foto archivio Ferrari)

Record di velocità di cambio pneumatici del team Ferrari nel 2018

Il virus è solo nelle fogne

 

«Tracce di Rna del virus sono state trovate nelle acque di scarico a Roma e Milano. Ma non ci sono problemi per l’acqua che esce dai rubinetti» (Tg1 delle 20)

 

[22 aprile 2020] 

La Terra non perdona

 

Papa Francesco I primo ricorda un proverbio spagnolo. «Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta». «La Terra mai» aggiunge.

 

[22 aprile 2020]

Tamponi sulle lacrime

 

«Isolate tracce di Covid nelle lacrime di un paziente» (TG1 delle 20 di stasera). Ora i tamponi si fanno anche sulle lacrime.

 

[22 aprile 2020]

Guido Ceronetti, i polli e le pandemie

 

Scrisse Guido Ceronetti, in un articolo su La Stampa del 31 ottobre 2005 dal titolo Pandemia di luoghi comuni, scritto nel periodo dell’influenza aviaria: «In futuro è presumibile che si spappoli sempre più la resistenza interna al male e ai mali, la metaforica “forza d’animo”, mentre vanno frugando clandestinamente nelle pattumiere di parole, per disperata fame, il senso avvilito dell’infinito, il bisogno di evadere dal finito, qualsiasi idea non spregevole della morte. Un buon governo adeguato ai tempi dovrebbe dotarsi di un ministero della Salute Psichica. E invece di promettere scorte colossali di vaccini immaginari, un introvabile Governo Saggio dovrebbe creare, come trinceramento antipandemico, una fitta catena di insegnamenti yoga e Zen a costi politici, accessibili a tutti, dai Tre ai Novant’anni, con orari tali da renderne facile la frequentazione, e senza limiti di durata, perché la vera perfezione non si raggiunge in corsi accelerati. Credo ci sarebbero frequentazioni di molti milioni e che le vertebre dei nostri popoli si raddrizzerebbero. Crollerebbero gli ascolti televisivi e l’abuso di farmaci cesserebbe. Invece di preoccuparsi di polli comprati come merce indolore, la gente forse capirebbe che anche il più misero pennuto è un pezzo di universale anima vivente».

[22 aprile 2020]

La musica del virus

 

L’hanno chiamato così. Prima coronavirus. Poi Covid-19. Poi ancora Sars-Cov2. È un tentativo di classificazione per un fenomeno che in realtà non ha nome. Si tratta di un microrganismo. Di origine completamente naturale? Modificato in laboratorio? Mah. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, hanno convertito la sua struttura molecolare in note di strumenti a corde e flauti. Servirà – dicono – a confrontarla con strutture di farmaci antagonisti, anch’essi tradotti in note musicali per individuarne coincidenze e possibili soluzioni di contrasto. Fa una certa impressione sentire la musica del virus. In un certo senso è come sentire i suoni delle tempeste che avvolgono Giove.

[22 aprile 2020]

Stampa estera. Il prezzo del petrolio crolla, coyotes e cervi rivendicano il territorio di Los Angeles

 

Il Wall Street Journal (Usa) oggi titola in apertura di prima pagina: «Oil takes historic dive below $0». Minimo storico del prezzo del barile. Il New York Times (Usa): «It could be years before New York regains its glory». «Saranno necessari anni prima che New York riacquisti la sua gloria». Un articolo di Jonas Jetzig e Raphael Markert sul Süddeutsche Zeitung (Germania), riporta le dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel: «Ciò che abbiamo ottenuto è un successo temporaneo, niente di più e niente di meno». Ore 19, sito del Los Angeles Times (Usa): «Coyotes, falcons, deer and other wildwife are reclaming L. A. territory ad humans stay at home». «Coyotes, falchi, cervi e altri animali rivendicano il territorio di Los Angeles mentre gli abitanti stanno chiusi in casa». Le Figaro (Francia): «Les lenteurs bureaucratique freinent la lutte contre le virus». «Le lungaggini della burocrazia rallentano la lotta contro il Covid». L’emittente tv degli Emirati Arabi Uniti El Alarabiya sul suo sito web riferisce: «Ahead of Ramadan, Iraq eases some coronavirus lockdown curbs». «L’Iraq allenta le limitazioni del lockdown in vista del Ramadan». Il quotidiano El Peruan (Perù) scrive: «Lambayeque implementarà 100 camas con puntos de oxigeno para el manejo de Covid-19». «Lambayeque realizzerà 100 stanze ospedaliere con ossigeno per affrontare l’emergenza Covid-19». Lambayeque è la regione peruviana con il maggior numero di decessi dopo la capitale Lima e Callao.

 

[21 aprile 2020]

Carità con condizionale

 

«La politica è la più alta forma di carità» dice papa Francesco I. Un inchino alla purezza del pontefice. Purtroppo stava meglio il condizionale. Sarebbe.

 

[20 aprile 2020]

Preferiamo il silenzio o il rumore?

Le città svuotate dal lockdown incoraggiano gli animali, non più intimiditi dal traffico, a esplorare strade e parchi, e la primavera, silenziosa, manifesta le sue meraviglie. L’autore del servizio andato in onda sul Tg1 delle 20 del 15 aprile 2020, s’inchina alla «bellezza potente della natura» e chiude il pezzo dicendo: «anche se non vediamo l’ora di tornare a fare rumore». Sorriso perplesso della conduttrice Laura Chimenti da studio.

 

[19 aprile 2020]

Milano. Un confronto con la seconda guerra mondiale

 

L’altra sera il commissario all’emergenza Domenico Arcuri ha osservato:  «Tra l’11 giugno 1940 e il 1° maggio 1945 a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale 2mila civili, in 5 anni. In due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morti 11.851 civili, 5 volte di più».

 

[19 aprile 2020]

Un violino sul tetto dell’ospedale di Cremona. Lena Yokoyama

 

Una violinista giapponese in abito rosso. Lena Yokoyama. È nata a Osaka e si è trasferita in Italia nel 2006. Vive a Cremona, la città degli Stradivari, dove insegna in varie scuole. Vanta un curriculum strepitoso. Nel 2017 ha suonato a Bruxelles davanti al Parlamento europeo uno “Stradivari Vesuvio 1727” in rappresentanza della città lombarda per i 450 anni della nascita di Claudio Monteverdi. Nel pomeriggio del 16 aprile 2020 è salita sul tetto dell’ospedale della città, tra le più colpite dal virus soprattutto in rapporto al numero di abitanti residenti, e ha suonato quattro brani. Quello più d’impatto è stato The mission, di Ennio Morricone. Il sole calava nel tramonto sopra la città, con il Duomo e il Torrazzo, in lontananza, in eterna attesa. Pazienti, medici, infermieri con mascherina l’hanno ascoltata affacciati alle finestre. Con la musica di Lena Yokoyama la vita è andata oltre se stessa, la vita è andata oltre la morte, in quell’inesprimibile che è la nostra, ontologica condizione, sgorgante come muti fiori nascenti e morenti nel silenzio, le note del suo violino. Le parole lasciano lo spazio a questa melodia, che si è librata sul dolore, sulla meraviglia, sulla leggerezza di alcuni istanti, tra nulla e infinito, quell’infinito da cui le parole stesse, le note stesse di quel violino, rapiscono echi.

 

[18 aprile 2020]

Cremona. Duomo con Torrazzo e
la vetrina di un negozio di violini

(fotografie di Roberto Faben)

Cifre che nascondono storie

 

Sono numeri insopportabili quelli dei decessi per Sars-Covid2 di cui fornisce resoconto quotidiano il bollettino della Protezione Civile. Oggi in Italia le morti ufficiali imputate al virus sono state 525. Cinquecentoventicinque scritto anche in parole, come si fa nei bollettini postali. Ebbene, quante storie nasconde questa fredda cifra? Si rischia perfino l’orrore di prenderci l’abitudine a sentirli tutti i giorni questi bilanci. Si rischia che i numeri dei morti diventino un rumore di fondo di giornali e Tg. Ma continuiamo a parlare di numeri e stabiliamo un confronto tra questo dato e quello di una delle vicende che più hanno insanguinato la storia della Prima Repubblica, la strage di piazza Fontana (1969). Accadimento completamente diverso, certamente, legato a un atto terroristico nei confronti di innocenti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano. Le vittime di piazza Fontana furono 17. Diciassette vite spezzate a causa di un atto criminale. Ebbene: le esistenze spezzate soltanto oggi dal virus sono 30 volte di più. Se l’Italia, troppo spesso, ha dimenticato la strage di piazza Fontana e anche tutte le successive, non dimentichi anche questa, non dimentichi l’ecatombe che si sta verificando, legata a un virus planetario, non dimentichi le responsabilità, e non accetti frettolosamente le ipotesi di una diffusione della pandemia legata a una zoonosi.

[16 aprile 2020] 

La bellezza del deserto di Venezia

 

Le panoramiche delle città italiane e straniere interessate dal lockdown sono molte, suggestive, dal basso e dall’alto. Quelle contenute in questo video del cine-reporter veneziano Andrea Rizzo riguardano Venezia, definita da Pierpaolo Pasolini la città «più bella del mondo». Il bianco e nero è struggente. L’uomo in mascherina che guarda attonito e impotente l’occhio della telecamera dietro il banco del chiosco di liquori è un affresco evocativo. Il soprano alla finestra, quando la composizione diventa a colori, ricorda E la nave va di Federico Fellini (1983), ma ne va oltre. È anche un grido in un deserto urbano che sprigiona una bellezza ardente ma non fruibile, se non nel ristretto scorcio offerto da una dimora privata.

 

[16 aprile 2020]    

 

 

 

Istituzioni totali

 

Ospedali psichiatrici, case di riposo, caserme, penitenziari. Erving Goffman definì queste realtà «istituzioni totali». In Asylums, saggio del 1961 (trad. Einaudi) ha scritto: «Nelle istituzioni totali c’è una distinzione fondamentale tra un grande gruppo di persone controllate, chiamati “internati”, e un piccolo staff che controlla. Gli internati vivono nell’istituzione con limitati contatti con il mondo da cui sono separati, mentre lo staff presta un servizio giornaliero di otto ore ed è socialmente integrato nel mondo esterno. Ogni gruppo tende a farsi un’immagine dell’altro secondo stereotipi limitati e ostili: lo staff spesso giudica gli internati malevoli, diffidenti e non degni di fiducia; mentre gli internati ritengono spesso che il personale si conceda dall’alto, sia di mano lesta e spregevole. Lo staff tende a sentirsi superiore e a pensare di aver sempre ragione; mentre gli internati, almeno in parte, tendono a ritenersi inferiori, deboli, degni di biasimo e colpevoli». Considerazioni ancora plausibili. Oggi si ha notizia di un anziano legato in un letto in un ospizio del Piemonte (metodi da ospedale psichiatrico: i manicomi sono stati chiusi con la legge 180 del 1978). E di altri costretti in carrozzella pur essendo in grado di camminare. Gli anziani si buttano. I farmaci scaduti no. Altra notizia di oggi – lo hanno riferito i Carabinieri – è che si somministravano agli ospiti di una casa di riposo medicine scadute. Quando l’emergenza sarà finita, sarebbe utile inserire nei piani formativi del personale delle Rsa la visione di Qualcuno volò sul nido del cuculo.

[15 aprile 2020]

Qualcuno volò sul nido del cuculo, di Milos Forman (1975). Il colloquio col direttore

La psichiatria derisa

Il Grande Capo parla

La fuga del Grande Capo 

Positività

 

«Devi essere positivo». «La positività è contagiosa e genera ottimismo». Proclami sempre validi per gli svogliati e i depressi. Ma adesso è consigliabile cambiare lessico per gli incoraggiamenti.

[15 aprile 2020]

Peggio della guerra 1915-1918

 

L’Italia è al trentacinquesimo giorno di quarantena collettiva. A Piazza pulita del 9 aprile 2020 il sociologo Luca Ricolfi ha sottolineato che le cifre ufficiali dei decessi nel Paese per Covid-19 sono ampiamente sottostimate. È necessario confrontare i resoconti anagrafici sull’andamento dei decessi nei primi 3 mesi del 2020 rispetto a quelli del primo trimestre 2019. Secondo lo studioso, i numeri reali delineano un bilancio che potrebbe essere di 80mila morti. Nella Prima Guerra Mondiale, 1915-1918, si registrarono 600mila vittime fra le truppe italiane. In poco meno di 2 mesi, dunque, considerando la data del primo decesso per Covid – 21 febbraio 2020 – si è verificato il 13 per cento dei caduti di un conflitto che durò circa quattro anni. Alla fine delle ostilità iniziò la grippe, l’epidemia di spagnola.  

[14 aprile 2020]

Augias, zoonosi e globalizzazione

 

Corrado Augias a Tg2 Post di ieri sera ha imputato l’insorgenza di Sars-Cov-2, come andrebbe appropriatamente definito il virus del nuovo millennio, alla rivolta della natura nei confronti della globalizzazione, dando per scontata la sua trasmissione dagli animali all’uomo. La zoonosi, tuttavia, non è un fatto completamente verificato per Sars-Cov-2. Inoltre, pandemie mondiali devastanti, come la peste nera del 1340, se furono imputate a zoonosi e pessime condizioni igienico-sanitarie, si scatenarono senza la globalizzazione spinta della nostra epoca storica.

[14 aprile 2020]    

Differenze tra «influenza comune» e Covid

 

Secondo dati pubblicati da Il Sole 24 Ore, al 24 marzo 2020, il numero ufficiale di decessi per Sars-Covid2 in Italia è di 6.820. Sempre secondo le elaborazioni del Sole, le vittime imputate a «influenza», sono state nel 2017, ultimo anno in cui l’Istat rende disponibili statistiche ufficiali, 152. Il che lascia presupporre che negli ultimi anni le morti per influenza «comune» si siano aggirate su questo ordine di grandezza. Anche dopo la dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Governo per l’epidemia di Sars-Covid 19 del 31 gennaio 2020, qual è messaggio passato attraverso i media? Questo: il nuovo virus che, in Cina, stava mietendo vittime a ritmo esponenziale, era quasi assimilabile o poco più di una comune influenza.

 

[25 marzo 2020]

Banalità o terrore?

 

«Un disastro eccita la fantasia» ha scritto Susan Sontag «perché viviamo minacciati da due prospettive ugualmente spaventose: la banalità eterna e il terrore inconcepibile».

 

[22 marzo 2020]

«Rivera! Rete!»

 

La prima sera di primavera, con macchie azzurre e gialle di fiorellini nei prati e negli argini dei fiumi, ingoiati dal buio. Tanti le immaginano e all’alba si coloreranno di luce. Ma pochi o nessuno vedranno i prati domani, perché siamo chiusi in casa e la psicosi collettiva fa sembrare infettata pure l’erba e i non-ti-scordar-di-me. Le strade sono spettrali, non circola nemmeno una gazzella dei Carabinieri. Passa qualche rara auto. S’immagina guidata da qualcuno diretto all’ospedale o che sta tentando di risolvere un casino.

Tutti si augurano di non aver necessità di un medico, di un’ambulanza, di un soccorso medico di qualsiasi tipo. Accade sempre così, chiaro, ma adesso il medico, l’ambulanza, il soccorso medico davvero non si sa se sono disponibili. Ci si sente angustiati, impauriti, paralizzati. L’altra sera una giovane è andata via di testa in terrazza e si è messa a tirare bestemmie ad alta voce dicendo che vuole uscire per l’aperitivo. Nei condomini vicini si scorgono alcune finestre illuminate. Esce una voce da qualche televisore. Ma chi è, Nando Martellini? Sì, proprio lui. «Per la terza volta, nella storia del nostro calcio, la Nazionale azzurra giuoca una seminale della Coppa del mondo». Sono le 21 e 30 di questo primo giorno di primavera. Sono le 16 allo stadio Azteca di Città del Messico, è il 17 giugno 1970 e l’arbitro Yamasaki sta per fischiare l’inizio di Italia-Germania Ovest, una delle partite più emozionanti della storia del calcio italiano. La manda in onda il canale Rai Sport. Ieri mattina, alle 11, tutte le emittenti radio italiane hanno trasmesso in sincronia quattro canzoni, Il canto degli italiani, Azzurro, La canzone del sole e Nel blu dipinto di blu. Dalle grandi città ai piccoli paesi, i monumenti sono illuminati da un fascio di luce tricolore, bianca, rossa e verde.

Il tempo sembra rarefatto, se non immobile, mentre Nando Martellini prosegue con la telecronaca, in quel suo ignoto presente. «La maggior parte dei critici neutrali dà per vittoriosa la Germania». «Boninsegna, ancora Boninsegna, tiro, rete!». «Ed è il pareggio di Schnellinger, a due minuti, due minuti oltre il tempo regolamentare, un recupero clamoroso concesso dall’arbitro Yamasaki». «La Germania è in vantaggio». «Pareggio di Burgnich, 2 a 2, Burgnich ha restituito alla Germania il goal del difensore Schnellinger». «Riva, Riva Riva, tiro, ed è goal! (…) una partita drammatica, incredibile». «Colpo di testa di Seeler e la palla è in fondo alla porta (…) tre a tre al quinto minuto del secondo tempo supplementare».  «Boninsegna, ha saltato Schultz, passaggio, Rivera, rete!, Rivera, quattro a tre, che meravigliosa partita spettatori italiani (…) Trentacinque secondi ed ecco il fischio finale dell’arbitro. L’Italia è in finale nella Coppa Rimet».

Hanno scelto una partita vittoriosa e promettente, perché la Nazionale azzurra con quell’epica affermazione sugli avversari di sempre, i tedeschi, avrebbe potuto diventare campione del mondo. Ciò non accadde, essendo stata sconfitta in finale dal Brasile per 4 a 1 sempre all’Azteca. Ma quella sera gli italiani invasero le strade con caroselli e festeggiamenti. Tutto diventa metafora in questo periodo d’invasione del virus, contrasto di opposti, simbolo, richiamo, acuta reminiscenza. Tutto assume una ridefinizione di senso. Gli italiani che c’erano, in quel giorno di giugno del 1970, rivivono il memorabile match. Il calcio non ha alcun significato ora, mentre ogni giorno il morbo sconosciuto miete centinaia di vittime, spazza via buona parte di una generazione di anziani, non risparmia nemmeno i medici, gli infermieri, i farmacisti, frantuma le relazioni sociali, costringe alla solitudine. Non si deve far altro che attendere.

L’Italia è un Paese deserto, il settentrione è un lazzaretto. Il tempo sembra fermo e scandito dal dilagare di una trappola mortale che s’insinua nelle vie respiratorie. Nella notte incerta e annuvolata, profumata di primavera, ma come appartenente a un’era glaciale o post-nucleare, una nazione attonita torna alla partita più bella del Mondiale del Messico dell’estate 1970, con la voce di Nando Martellini, quasi inverosimile, che risuona negli androni dei palazzi, si sperde tra le magnolie dei giardini.   

[21 marzo 2020]

Frammenti di Italia-Germania 4 a 3 del 17 giugno 1970

Autocarri militari

 

Non è un corteo funebre. È l’attuazione di un provvedimento logistico. La città di Bergamo non riesce più a contenere la sequenza impressionante di decessi causati dal Covid. Mentre l’ospedale papa Giovanni XXIII è un girone dantesco, per il cimitero e per il forno crematorio la gestione del flusso delle salme diventa insostenibile. Le agenzie di pompe funebri affrontano la stessa situazione e minacciano lo sciopero. Trovarne una anche fuori città è un’impresa titanica. Solo Dio, forse, sa e comprende cosa sta accadendo, come ogni fatto minimo o epocale, ma non può fare nulla. Regnano la confusione e l’angoscia, e a chi ha bisogno si richiede la profusione energie disperate e la resistenza al dolore. «Dove sono i nostri cari? Dove sono i loro poveri corpi?».

Numeri di telefono sempre occupati. Anche le camere mortuarie risultano sottodimensionate. E bisogna liberarle, per lasciar posto ad altri defunti. È l’inferno, questo, un inferno improvviso di questa estensione di terra, ai piedi delle Alpi Orobiche. Chi se n’è andato, spesso in maniera orribile, avrà forse trovato la luce, eterna o meno. Chi lo può sapere? Ma chi resta deve affrontare la pena di questa immensa sciagura che adesso, ha la sua immagine simbolica. Una colonna di autocarri militari, nella tarda serata, trasporta i feretri deposti nella chiesa di Ognissanti e, dal cimitero assiepato e non più in grado di sostenere i ritmi di sepoltura richiesti, s’incammina, silenzioso e sinistro sfilando per via Borgo Palazzo, dirigendosi verso cimiteri e forni crematori di altre città italiane – Ferrara, Domodossola, Spinea e varie altre – resisi disponibili a cremarle e ospitarle in attesa che l’ondata di piena defluisca.

Ora non si canta più nei terrazzi e dalle finestre. L’immagine dei carri funebri dell’esercito diffusa dall’Ansa, monito terrifico per tutto il pianeta, impone il lutto, spezza la parola, lascia il silenzio. Kyrie eleison, Christe eleison. Signore pietà, Cristo pietà. Monsignor Giuliano Bellini, arciprete di Clusone (Bergamo) deve gestire otto funerali al dì, tutti senza fedeli, a causa del divieto di assembramenti. I parroci hanno deciso di non far suonare più le campane con rintocco funebre, perché entrando in casa dalle strade deserte, quel suono rinfocola lo scoramento. Tuttavia il parroco di Seriate (Bergamo), don Marcello Crotti, ha adottato un’altra decisione. Nel corso di un funerale le campane della sua chiesa suonano a festa. Un’altra anima è trasvolata nel regno di Dio, perché piangere, perché tanto sgomento? E dunque perché non cantare ancora, perché un triste Requiem e non un gospel?

Ciò non fa una piega per chi crede, per chi è incerto e perso tra mille dubbi e forse anche per chi non crede. Chi è andato affronta il suo nuovo viaggio, forse fatto di nulla, oppure segnato dal vibrante ingresso in un giardino di felicità autentica che fa impallidire quella cercata nel mondo terreno, o anche di contrizione o di trasmigrazione verso una nuova vita nel mondo. Ma queste morti tormentate e ingiuste, accadute non per un incidente stradale o per una patologia già conosciuta e da attendersi, ma per un microrganismo che in teoria potrebbe esser anche stato artificialmente fabbricato, e che comunque poteva essere arginato da quelli che se ne intendono, non concedono la trasformazione del lutto in un canto gioioso, per quanto ciò sia difficile per qualsiasi dipartita. Forse ciò accade perché la vita si basa sulla persuasione e sulla continua rimozione della morte, che invece ogni giorno fatalmente incombe. O perché siamo troppo deboli e fragili per affrontare la paura dell’ignoto. Oppure perché non crediamo a nulla, se non vediamo. Noi non sappiamo cosa ci sarà oltre la vita terrena. E forse, se c’è qualcosa di giusto, va bene così.

[18 marzo 2020]

Brendan Perry, Voyage of bran (1999)

Coro Effatà, Gospel

Bergamo. Colonna di mezzi militari che trasportano le salme altrove

Echi da Bergamo

 

Il quotidiano di Bergamo, l’Eco, in questi giorni fatica a soddisfare le richieste di pubblicazione di necrologi. Decine di pagine. Un giornale fatto per buona parte di annunci funebri. A quando un giornale che venda copie per notizie fauste? «Il virus è stato sconfitto». Questo è il titolo a caratteri cubitali in prima pagina che tutti vorremmo leggere.  

 

[16 marzo 2020]

Flashmobs

 

Tutto il pianeta guarda le cicale italiane, che non albergano nei pioppi e nei pini, ma nei palazzoni di quartiere, nei cui spazi sono costrette, con finestre, balconi e terrazze a disposizione per un’ora d’aria. Mi affaccio io, ti affacci tu. Non possiamo incontrarci. Forse non ci saremmo incontrati mai. Ma adesso sì. Ci mettiamo tutti insieme, cantiamo. Pare quasi non ci sia più speranza, è come trovarsi nel mezzo di un attacco batteriologico, centinaia di morti ogni giorno, gli ospedali non ce la fanno più, la gente muore sola, decede in casa, c’è chi è lasciato andar via anche senza morfina, chi è dimenticato, gli ospedali sono vicini al collasso, i cimiteri scoppiano, specialmente in Lombardia, soprattutto a Bergamo.

Il virus sembra inarrestabile, pare entrare dal buco della serratura, si può nascondere nel respiro della persona che più amiamo al mondo. Da sempre la malattia e la morte fanno parte della vita, ma stavolta è diverso, perché una patologia sconosciuta, infettiva e con effetti quasi imprevedibili, ha esiliato i cittadini nelle loro case, con la televisione che non parla d’altro. Per chi crede, la morte è il risveglio e la luce. Tuttavia essa incute paura. Le città deserte risplendono di silente bellezza ma si rimpiangono persino le strade trafficate e ammorbate dallo smog nella calura d’agosto.

In ogni parte del mondo si osserva quasi con incredulità e senz’altro con sconcerto non solo il grande focolaio della penisola, ma anche la reazione degli italiani che, stabilito un appuntamento, cantano affacciandosi dagli stabili. E con la terra che sembra sprofondare, insieme alle sue instabili certezze, con il terrore dilagante, nascono spettacoli di surreale vicinato con quel calore evanescente e persino straziante sprigionato dai cori, canzoni che si effondono mentre il cielo non è mai apparso così lontano. Li hanno chiamati flashmob, mobilitazioni rapide di folle. Mentre la gente canta, si ha la sensazione che qualcuno assista dall’alto, muto e impotente. C’è chi ritiene inadeguate queste manifestazioni, di fronte al dramma che trafigge un Paese attonito. Non si tratta, tuttavia, di un fenomeno irrispettoso nei confronti della sensibilità delle vittime e dei loro familiari. Anche gli infermieri in prima linea, in cinque minuti di calma, in un momento di ottimismo perché qualcuno è uscito dalla terapia intensiva, diretto verso la convalescenza, improvvisano una canzone, un ballo. È un modo per ritrovare energie e speranza, essendo la morte difficile da digerire. Chi sa che direbbe, di fronte a questi episodi di una tragedia mediatico-medievale, Federico Fellini. Chi sa a cosa sta pensando Nanni Moretti.

Ma cosa resterà, una volta sconfitta l’epidemia, di questa esplosione di vicinato a distanza, di queste comunità istantanee, di questa resurrezione virtuale della prossimità di destino? Si tornerà ad avvicinare l’occhio allo spioncino della porta dell’appartamento per esser sicuri di non incontrare nessuno nelle scale, pratica su cui ironizzava Beppe Grillo in uno sketch Rai d’archivio?                 

[15 marzo 2020]

Flashmob ad Agrigento (Ciuri ciuri)

Flashmob a Napoli ('A città 'e Pulecenella)

«Coronapizza»

 

Come un fulmine a ciel sereno, rimbalza il video prodotto dall’antenna francese Canal Plus. «Corona-pizza». Un pizzaiolo italiano malato, si presume di Covid, tossisce e scatarra verde su una pizza pronta da infornare. L’iniziativa è così incredibile da apparire uno scherzo perfido e di pessimo gusto, una derisione diabolica, cogliendo al balzo un momento di grave debolezza dell’avversario, come fanno i peggiori scherani. Avversario? Beh, questo spot mefitico e mefistofelico sembra il prodromo di una dichiarazione di guerra. Che sarebbe successo se una tivù italiana avesse inventato e divulgato un filmetto così increscioso e odioso sullo champagne dei Galletti?   

[3 marzo 2020]

Lo spot di Canal Plus

Antefatto. L’Italia si rende conto, mentre i gatti fanno compagnia

 

Il 21 febbraio 2020, in Veneto, le cronache registrarono il primo decesso (ufficiale) per Covid. Fu Adriano Trevisan, 78 anni, di Vo’ Euganeo (Padova). Dopo Codogno (Lodi), questo piccolo centro sui Colli Euganei, dove le locali trattorie cucinano succulenti polletti alla brace in sugo di pomodoro, diventerà la seconda «zona rossa». In una rapida escalation, l’Italia, nei giorni successivi, sarà il secondo Paese del mondo ufficialmente interessato dall’epidemia, dopo la Cina. La televisione puntò le sue telecamere su un’emergenza inizialmente trattata con sufficienza e che rapidamente si trasformò in un incubo. Il 31 gennaio 2020 il Governo aveva formalmente dichiarato lo stato d’emergenza nazionale per il Covid, con documento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, notizia pressoché completamente ignorata. Il segretario dem Nicola Zingaretti, passato circa un mese dal provvedimento, alle 19 del 27 febbraio partecipava a un aperitivo a Milano, presso Porta Ticinese, su invito del sindaco Sala, senza nemmeno l’idea di utilizzare misure di protezione, invitando la popolazione a sfidare il virus, salvo poi esserne colpito, con dichiarazione pubblica del 7 marzo, notizia ripresa dal New York Times.

Tutti, compresi i Paesi stranieri, stavano a guardare ciò che stava accadendo in Italia, ritenendo che il virus sarebbe rimasto lontano  e contenuto in zone circoscritte. Non fu così. L’Italia fu il secondo grande focolaio di un’epidemia che avrebbe, in uno sbalorditivo effetto domino, interessato tutto il pianeta. Anche Zago Casimiro, che viveva in un piccolo centro nell’ombelico del Veneto, a circa 60 chilometri da Vo’ Euganeo, cercava di comprendere una situazione che avrebbe scosso e sconvolto il mondo quasi come una guerra globale. Era una strana e surreale guerra, quella che si stava combattendo, contro un nemico invisibile che poteva silenziosamente entrare anche dalla porta di ogni casa. Mai come allora maniglie e pomoli di ogni ingresso domestico furono osservati con tanto terrore e sospetto. Li guardava con questo stato d’animo anche Zago Casimiro, di 53 anni, che, come Noodles in C’era una volta in America dopo i turbolenti fatti di gioventù, attendendo un momento indefinito in cui tutti i nodi sarebbero venuti al pettine, andava a letto presto. Il suo gatto Anselmo gli si accoccolava su un braccio e profondeva benefiche fusa.

Nei momenti in cui iniziava la grande paura, tanto per svagarsi con un cartone, Zago Casimiro, steso nel talamo matrimoniale, guardava episodi de La pantera rosa, in attesa che giungesse l’ora di assopirsi. Il gatto Anselmo ne era felice. Presto, si sarebbero trovati entrambi come all’interno di un sottomarino, nel quale l’oblò era una terrazza affacciata su una strada e su tanti tetti, e il periscopio si avvaleva di un televisore, un pc, uno smartphone e qualche giornale di carta che di tanto in tanto arrivava. Nel sottomarino, Zago Casimiro iniziò a costruire un diario multimediale per raccontare i giorni surreali del nemico invisibile.

La pantera rosa. “The bobolink pink” (1975)

Robert De Niro in C’era una volta in America di Sergio Leone (1984)

Relitto del mercantile greco Chiof Aeinaftios, naufragato a Pellestrina (Venezia) in notte d'inverno del 1978.
È stato rimosso nel 2013 

 

 

Gioco a scacchi con la morte

 

Ogni momento della vita è un gioco a scacchi con la morte, come nella celebre sequenza del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo. Non solo durante le epidemie e le guerre. Qualsiasi decisione, in fondo, è cieca. Lo è anche il solo fatto di uscire di casa o permanervi. La grande sfida è il rapporto con la morte, unica certezza. Si tende a tacere sul proprio pensiero sulla morte, essendo essa un tabù quasi innominabile. La vita impone la sua rimozione, perché il terrore che incute ostacola la produttività e l’avanzamento, abbatte le energie e annulla il conflitto congenito diretto alla riproduzione e conservazione della specie situato nel Dna. Cosa cambierebbe se esistesse la certezza che dopo la morte c’è il nulla oppure il tutto?

[4 luglio 2020] 

Dal film Il settimo sigillo (1957), di Ingmar Bergman